Lug 14

LIVE REPORT: The Darkness – Pistoia Blues Festival, Piazza del Duomo, 8 luglio 2026

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LIVE REPORT: The Darkness – Pistoia Blues Festival, Piazza del Duomo, 8 luglio 2026 photo by Ayryn - courtesy of MC2 LIVE

The Darkness – Pistoia Blues Festival, Piazza del Duomo, 8 luglio 2026

report & photo by: Ayryn83

organizzazione: MC2 LIVE

Il glam rock come atto di resistenza culturale

C'è qualcosa di quasi provocatorio, nel 2026, in una band che sale sul palco vestita di tute aderenti e falsetti impossibili e decide che il proprio compito è, semplicemente, far divertire la gente. In un'epoca di minimalismo e di algoritmi che premiano la sottrazione, i The Darkness hanno riportato in Piazza del Duomo l'idea di concerto come eccesso gioioso — e la piazza pistoiese, quarantacinquesima edizione del Blues Festival alle spalle come garanzia di credibilità, ha risposto con un entusiasmo che raramente si vede riservato a una band di ritorno dopo dieci anni.

Il percorso verso l'headliner

La serata è stata costruita con intelligenza, non semplicemente "riempita" prima del nome grosso. Ad aprire il pomeriggio è stato Woody Bones, vincitore del contest Obiettivo Bluesin dedicato agli artisti emergenti, con un set che ha mescolato chitarre folk e richiami southern in chiave cantautorale. Sono seguiti gli Spleen, formazione toscana dall'attitudine più elettrica e moderna, capaci di reggere il palco nonostante il pubblico fosse già proiettato verso il nome internazionale della serata. Il vero cambio di passo, prima dell'arrivo degli inglesi, lo hanno regalato i Messa, quartetto veneto che lavora sulla profondità più che sull'immediatezza, fondendo doom metal, blues oscuro e psichedelia in un paesaggio sonoro dominato dalla voce di Sara Bianchin.

L'ingresso in scena

Quando le luci calano e tocca ai fratelli Hawkins, la piazza cambia pelle. Justin Hawkins entra con quella miscela di sicurezza, ironia e teatralità che lo ha reso uno dei frontman più riconoscibili del rock britannico, senza mai scivolare nella caricatura fine a sé stessa. Ad aprire, non a caso, un brano che è quasi un manifesto: “Rock and Roll Party Cowboy”, seguito a stretto giro da “Growing on Me”, che riporta subito il pubblico dentro il mondo di armonie vocali levigate e ritornelli fatti apposta per essere cantati in coro. Il resto della band non è semplice contorno. Dan Hawkins costruisce riff pensati per restare in testa più che per stupire da soli; Frankie Poullain governa il basso con l'eleganza sobria di sempre; Rufus Taylor dà allo show quella spinta ritmica indispensabile a una band che vive di eccesso controllato.

Classici e materiale recente in equilibrio

Il concerto ha saputo alternare i pezzi storici — “Get Your Hands Off My Woman”, con tutto il lato più sopra le righe della prima fase della carriera — a brani più recenti come “Mortal Dread”, “Motorheart” e “Barbarian”, dimostrando che i The Darkness non vivono di sola nostalgia. Il momento più sorprendente, per intensità, resta però “Love Is Only a Feeling”: la piazza si è fatta silenziosa, quasi raccolta, e il celebre falsetto di Hawkins ha smesso per qualche minuto di essere un numero da circo per diventare puro strumento emotivo.

Il momento-simbolo della serata

Proprio nel picco di entusiasmo scatenato da “I Believe in a Thing Called Love”, il concerto ha vissuto il suo istante più raccontato: Hawkins ha fermato tutto, notando la selva di smartphone alzati, e ha chiesto al pubblico di abbassare i telefoni e vivere la canzone invece di filmarla. Non un rimprovero, ma un invito accolto immediatamente: gli schermi sono spariti, il ritornello è tornato più forte di prima. Un piccolo gesto che dice molto sulla filosofia della band — il concerto come esperienza condivisa, non come contenuto da archiviare.

Bis e chiusura

Dopo una breve uscita, la band è tornata per un bis aperto da “One Way Ticket” e chiuso, scelta tutt'altro che scontata, da “I Hate Myself “ — non l'inno più ovvio con cui congedarsi, ma la conferma che il repertorio dei The Darkness va oltre i due o tre singoli più noti. Hawkins ha lasciato il palco solo dopo una lunga sequenza di ringraziamenti, baci mandati alla piazza e cuori disegnati con le mani: gesti che, ripetuti con quella insistenza, hanno smesso di sembrare rituale per farsi genuina riconoscenza.

In sintesi

Oltre due ore di musica che non lasciano solo il ricordo di una scaletta solida, ma la sensazione — sempre più rara — di aver assistito a uno spettacolo dove il divertimento è stato il linguaggio, non il fine. I The Darkness confermano di essere, ancora oggi, una delle macchine live più credibili del rock britannico contemporaneo: ironiche quanto basta per non prendersi sul serio, serissime quanto basta per non essere solo una parodia di sé stesse.

Setlist

Rock and Roll Party Cowboy · Growing on Me · Get Your Hands Off My Woman · Mortal Dread · Motorheart · Barbarian · Walking Through Fire · Love Is Only a Feeling · The Longest Kiss · Heart Explodes · Japanese Prisoner of Love · Friday Night · I Believe in a Thing Called Love Encore: One Way Ticket · I Hate Myself

Rock and Roll Party Cowboy · Growing on Me · Get Your Hands Off My Woman · Mortal Dread · Motorheart · Barbarian · Walking Through Fire · Love Is Only a Feeling · The Longest Kiss · Heart Explodes · Japanese Prisoner of Love · Friday Night · I Believe in a Thing Called Love Encore: One Way Ticket · I Hate Myself

 

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