Ottobre 2020
Sabato, 31 Ottobre 2020 20:50

RISING STEEL “Fight them all”

 

 

Line up: Emmanuelson – vocals, Tony Steel – guitars, Steel Zard – Drums, Flo Dust – Bass, Mat Heavy Jones - guitars

Tracklist: Mystic Voices, Fight them all, Steel Hammer, Blackheart, Savage, Gloomy world, Malefice, Metal Nation, Pussy, Led by Judas, Master Control

Dopo un minimo di riflessione che, ebbene sì, precede sempre il momento in cui inizio a vergare la recensione che state leggendo, ho deciso di partire con un commento schietto: spesso e volentieri mi sentite usare parole ed espressioni che servono a soppesare quanto il disco che si sta recensendo si ispira al passato; non accade sempre ma, per forza di cose, avendo a che fare col nostro genere di musica, accade. E allora, la schietta osservazione è che i Rising Steel, fin dal moniker, sono una band per cui farò a meno di questi giri di parole, il loro genere è il più classico metal a metà tra Priest e Sabbath “secondo periodo” (chiaramente, quello con Dio) anche se con robuste infiltrazioni del primissimo Thrash, quello di Metallica e degli Slayer dei primi, e ancora grezzi, album. Quello che però si può subito aggiungere è che l’operazione di riesumazione è stata eseguita con ottima perizia. Innanzitutto a livello stilistico, con perfetto stile “british”, si privilegiano tempi quadrati e possenti cavalcate, accompagnate da riffeggio elaborato ma attento al mantenere il ritmo marziale. Lo stile vocale del singer è profondo e aspro, in questo differenziandosi un pò rispetto ai classici del genere, ma si amalgama perfettamente con le altre linee sonore. La tecnica dei componenti della band è molto buona, senza strafare, e apprezzo moltissimo il lavoro di produzione, capace di ricreare perfettamente l’atmosfera 80s che trasuda dalle song senza sbavature o finti errori. L’energia del gruppo è perfettamente resa e la qualità di ogni singola linea melodica ripresa nei minimi dettagli. A livello stilistico ci sono anche variazioni sul tema abbastanza importanti dopo una prima metà molto “classicista” (penso alla song 9 appropriatamente intitolata “Pussy”). Sulle componenti del disco non mi sento di aggiungere altro, si nota un notevole affiatamento tra gli elementi e nessuno ruba la scena agli altri. Evoco allora un ultimo elemento su cui nonostante il periodo non mi sento di disperare: conto in un tour della band perché la vera prova del nove di un gruppo del genere è la resa live dopo un così buon lavoro in studio. Un consigliatissimo lavoro per tutti i lettori.

Nikki

Published in Albums
Sabato, 31 Ottobre 2020 01:00

ENGST “Schöne neue Welt”

 

 

Line-up: Matthias Engst - vocals, Ramin Tehrani - guitars, Chris Wendel – bass, Yuri Cernovolov - drums

Tracklist: Mein problem, Wieder da, Keinen meter, Wilkommen in Berlin, Schlechtes gewissen, Alle tragen schwarz, Das istnicht Hollywood, Mitleid gibts umsonst, Schoene neue welt, Zu Hause, Denkst du noch an mich, Die hoelle hat keinen platz mehr, Soll der teufel.

Ecco tornare col nuovo lavoro in studio questo combo tedesco di Berlino capitanato dal leader e vocalist Matthias Engst. I nostri si sono fatti ben conoscere in patria ma anche fuori con numerosi concerti e soprattutto con l'ottimo album d'esordio "Flächenbrand" che aveva avuto un grosso successo ed ottime critiche di pubblico e stampa. Questi quattro giovani “ragazzacci” sono uniti sotto questo moniker che è il nome del fondatore e songwriter Matthias; vocalist molto attento alle problematiche sociali del suo quartierre, di Berlino e della Germania in generale, infatti i testi di questo gruppo sono spesso incentrati su temi sociali e critiche verso il sistema e le falle che contribuiscono a rendere marcio il nostro mondo. La musica è un punk diretto di piena estrazione germanica, con song veloci e potenti ma anche strutturate e calibrate con ragione e capaci di strizzare l'occhio anche ad un certo tipo di “melodia”, soprattutto in certe chorus line. Un classico esempio di quanto appena scritto lo potrete ascoltare nella pulsante 'Alle tragen schwarz' dove un muro potente di guitar riff si accompagna a passaggi più orecchiabili nel ritornello ma poi si scatena in velocità nel prosieguo del brano. Potente, antemica ed aggressiva è 'Keinen meter' un inno contro l'ignoranza di certi giovani e contro il fascismo (...e qui la band fa capire il suo orientamento politico) in collaborazione con i metalcore americani Evergreen Terrace. L'album scivola via bene senza intoppi e le tracce presenti riescono a mantenere una buona dose di originalità e qualità compositiva. La cosa bella di questo disco è che, unita all'energia e la carica punk, c'è una grossa voglia di saltare e ballare; un disco quindi maturo in quanto a tematiche trattate ma anche “scanzonato” e capace di donare la giusta 'scossa' di adrenalina. Per info https://Engst.lnk.to/spotify, https://www.instagram.com/engst_official, www.facebook.de/engstmusik, https://www.youtube.com/EngstOfficial, https://www.eventim.de/artist/engst

Roby Comanducci

Published in Albums
Venerdì, 30 Ottobre 2020 21:16

STRYPER "Even The Devil Believes"

 

 

Line-up: Michael Sweet - lead vocals/lead & rhythm guitar, Robert Sweet - drums & percussion, Oz Fox - vocals/lead and rhythm guitar, Perry Richardson – vocals/bass. Guest: Paul McNamara - organ, keys, moog, additional background vocals - Keith Pittman

Tracklist: Blood From Above, Make Love Great Again, Let Him In, Do Unto Others, Even The Devil Believes, How To Fly, Divider, This I Pray, Invitation Only, For God & Rock 'N' Roll, Middle Finger Messiah

A distanza di solo due anni dal loro ultimo full lenght album “God Damn Evil” e di un anno dal bellissimo solista “Ten” del leader e singer Michael Sweet, tornano gli alfieri di Dio: gli Stryper!! L'album rispetta le aspettative che si possono avere da un combo di tale caratura e in questo nuovissimo “Even The Devil Believes” troviamo la classe che da sempre ha contraddistinto i fratelli Sweet sin dal loro lontano esordio di 'ottantiana' memoria. Undici tracce ridondanti elegante e potente class metal senza contaminazioni e sempre impreziosito dalle sublimi chorus line dei nostri. Suona “duro” questo disco, a dispetto di tutti coloro che hanno sempre sottovalutato questo gruppo in quanto facente parte del cosiddetto movimento “white metal”. Errore mastodontico perchè song quali la corrosiva opener 'Blood From Above', il riff assassino che apre 'Do Unto Others', il velocissimo e speedy up tempo della bella 'Middle Finger Messiah' ma anche le melodiche eufonie della semi ballad dall'inizio semi-acustico 'This I Pray', da sole garantiscono il giusto “quid” per poter zittire gran parte delle mediocri uscite discografiche attuali garantendo all'ascoltatore l'acquisto di un album di indubbia qualità. Non ci sono note dolenti in questo lavoro senonché -magari- la vicinanza stilistica al precedente “God Damn...” per chi -forse- sperava in un album completamente differente o più innovativo. Ma, diciamocelo: se per innovare si rischia di creare un prodotto scadente allora è giusto mantenersi rigidi sui propri canoni che, come già detto, sono sicuramente inarrivabili per tanti e sinonimo di grande classe per milioni di fans sparsi nel mondo. Bentornati Stryper!

Roby Comanducci

 

 

Published in Albums

 

 

Line up: Sugar Ray Norcia – vocals and harmonica, Little Charlie Baty – guitars, Anthony Geraci - piano, Michael Mudcat Ward – bass, Neil Gouvin – drums.

Tracklist: Don’t Give No More Than You Can Take, Bluebird Blues, Too Far From The Bar, Too Little Too Late, Reel Burner, Can’t Hold Out Much Longer, Number And Dumb, My Next Door Neighbor, What I Put You Through, What Will Become Of Me, I Gotta Right To Sing The Blues, From The Horse’s Mouth, The Night I Got Pulled Over, Walk Me Home, Reel Burner (alt. take)

Uscito giusto in questi giorni il nuovo e undicesimo lavoro in studio dell'americano e rinomato bluesman vocalist and harmonica player Sugar Ray Norcia si appresta a fare felici tutti coloro che amano il blues rock, lo slow blues, il jump blues e le atmosfere calde e penetranti che solo questo genere sanno regalare. Attivo sin dagli anni ottanta Sugar ci ha sempre deliziato con lavori di alto livello e quest'ultimo “Too Far From The Bar” non è da meno. Si passa da momenti slow quali ' What I Put You Through' dediti ad un sound rotondo e calibrato capace di creare atmosfere sognanti oppure la cover ' Bluebird Blues' ( Sonny Boy Williamson) dove l'armonica di Ray la fa da padrone a tracce più ritmate quasi up tempo come la bellissima title track che farebbe ballare anche una mummia (qui si sfocia quasi nel boogie...). Un altra song veloce ed intrigante è la cover di Jerry McCain "My Next Door Neighbor", un vero brano rock'n'roll semplice, diretto, efficace. In definitiva c'è una maggiore propensione verso lo slow blues ed armonie più ricercate e ammalianti ma non mancano anche momenti più frizzanti come la strumentale 'Reel Burner' che viene ripresa anche in versione alternativa come ultima traccia. Un album godibilissimo per estimatori ma sicuramente capace di farsi amare da chiunque goda nell'ascolto della grande musica!

Roby Comanducci

Published in Albums
Venerdì, 30 Ottobre 2020 20:46

SCARLET “Obey The Queen”

 

 

Line up: Scarlet - vocals

Tracklist: Obey The Queen, I Spit Fire, Ugly Fucker, #Bossbitch ((feat. Thirsty & Åsa Netterbrant ZEPHYRA), Love Heroin, Zodiac, Krokodil, Beauty & Beast, Devil Twins, Final Shot (feat. Martin Westerstrandex-LOK)

Allora, puntualizziamo: conosco poco di questa female singer e della sua storia musicale compresa la sua band. Difatti anche le note pervenutemi dalla label non sono esaustive in quanto si parla esclusivamente del significato intrinseco dei testi contenuti in ogni song (e questa è una cosa assolutamente interessante) ma, nessun accenno sulla storia di Scarlet, sui restanti membri del gruppo …..so che è Svedese ed ha collabborato con diversi songwriter della scena scandinava e....stop. Però, e qui è successa la cosa che si chiama ottimo battage pubblicitario, ricevere info con un bel video di questa procace ed avvenente bionda truccata da teschio ed un look assai aggressive hanno spinto il sottoscritto ad ascoltare il tutto per vedere se era “tutto fumo e niente arrosto” -come sovente succede- o il contrario. Con stupore ammetto che di arrosto ce n'è eccome e la nostra singer è riuscita ad ammaliare il sottoscritto non solo per le sue 'grazie' ma soprattutto per la 'rabbia' e l'attitudine ribelle e oltraggiosa che emana in ogni song di questo “Obey the Queen”. Lasciamo perdere tecnica, estensione vocale, innovazione, qui siamo di fronte ad un album che ti prende a schiaffi dalla prima all'ultima traccia. Ogni song è derivativa da un estratto di vita della cantante, un urlo ribelle contro la crudeltà degli uomini, il dolore, il periodo cruento vissuto da lei in Russia, la voglia delle donne di lottare per farsi valere in un mondo ancora cieco e malato. Un pezzo che esemplifica tutto potrebbe essere la malata e controversa 'Devil Twins' che su un tappeto sonoro in bilico tra nu metal e crossover la nostra grida il suo disappunto e lo fa talmente bene che il suo “lamento” si tramuta in forza ed energia per l'ascoltatore. Un disco non per tutti i palati, lo ammetto, ma credo che molti di voi apprezzeranno il lavoro di questa band (che anche se non mezionata si destreggia bene tra ritmiche e riff di chitarra corrosivi e taglienti), brani quali 'I Spit Fire' denotano comunque un livello qualitativo non da poco con cambi tempo, effetti sonori, una bella interpretazione della female singer e un riffone di chitarra talmente saturo da far saltare il vostro impianto. Stesso discorso per la successiva 'Ugly Fucker' che strizza l'occhio all'industrial metal senza però mai perdere un certo gusto per la melodia. Cattivissima è '#bossbitch' se non erro uscita come video e nuovo singolo: potente nu metal con cantato in growl (solo piccole parti) e alternanza vocale melodica in collaborazione con Thirsty e Asa Netterbrant (Zephira). Non mancano le “ballad” (se così vogliamo chiamarle....) 'Love Heroin', indiscutibilmente valida dove spicca la-comunque bella- voce di Scarlet e la finale e lenta 'Final Shot' che riesce -merito della chitarra acustica- ad ammaliare anche se l'energia viene sapientemente iniettata col duetto con Martin Westerstrand. Non è la prima volta che mi addentro in questo mondo sonoro però come recensioni lo faccio solo se la band e l'album valgono veramente la pena (come nel caso di In This Moment o Smackbound, nda). Ascoltatelo e vedrete che vi susciterà non poco interesse.

Roby Comanducci

Published in Albums
Giovedì, 29 Ottobre 2020 21:20

LIONVILLE “Magic is Alive”

 

 

Line up: Stefano Lionetti – guitars, keyboards, vocals, Lars Säfsund – vocals, Michele Cusato – guitars, Fabrizio Caria – piano & keyboards, Giulio Dagnino – bass, Martino Malacrida – drums.

Tracklist: Nothing without you, You’re not alone, Runaway, Finally you’re with me, Every little thing (Leads back to you), If you don’t know me, Living with the truth, Reaching for the sky, I’ll never get my heart away, Into the night, Magic is alive

Quarto lavoro da studio per i nostrani Lionville, band nata a Genova dalla brillante intuizione musicale dei due fratelli Lionetti, Stefano e Alessandro, solo il primo dei quali oggi in formazione, che dopo la gavetta hanno trovato il riscontro internazionale con il contratto Frontiers, già forte della collaborazione col singer svedese Lars Säfsund, grazie al loro Hard Rock/AOR con forti influenze 70s (Toto) e di hard 80s più melodico (Richard Marx, Bad English). L’ascolto del disco premia assolutamente il lavoro in studio che, a livello di sonorità, ricrea perfettamente lo stile delle band di ispirazione, con suoni molto vividi e definiti, un muro compatto che cala perfettamente nell’atmosfera d’epoca delle principali ispirazioni, pur con qualche imperfezione come la definizione del suono della batteria. Piccoli difetti che comunque nulla tolgono al valore musicale che esce dalle tracce, dominato comunque a mio modo di vedere dal tributo all’Hard di (buona) epoca ricreato. Le qualità vocali di Mr. Säfsund sono perfettamente sfruttate e ritengo che siano certamente il punto di maggior impatto del disco, in grado di tramettere potenza e aggressività come nell’opener “Nothing without you”, così come di essere emozionalmente coinvolgenti come in generale nelle tracce restanti. Questo non toglie nulla alla classe esecutiva dei restanti membri della band, che operano con tecnica perfetta e precisione nell’esecuzione delle song di questo album. La produzione sottolinea l’amalgama dei suoni, dove le linee delle chitarre e tastiere sono ben miscelate e ricreano una suono estremamente pieno ed evocativo, con una ben studiata tonalità per mettere in risalto l’ugola del singer; ottimo esempio di ciò ad esempio è “Runaway”. L’effetto generale è di coinvolgimento e appassiona l’ascoltatore; il genere prescelto è riproposto senza eccessive innovazioni e, semmai, mescola con maggior convinzione elementi più datati (come i già nominati Toto) allo stile melodico/ottantiano. Come giudizio generale devo dire che mi sento di premiare la creatività del combo; infatti la loro capacità compositiva emerge con sicurezza dall’ascolto del disco; lo stile è molto preciso e combinato con la classe vocale riesce in un ottimo risultato. Un gran disco che mi sento di consigliare a tutti gli appassionati di Hard Rock, nelle sue mille sfaccettature, un disco che vale l’ascolto e non delude alla distanza.

Nikki

Published in Albums
Giovedì, 29 Ottobre 2020 21:06

HELL IN THE CLUB “Hell of fame”

 

 

Line up: Dave – vocals, Andy – bass, Picco- guitars, Max - drums

Tracklist, We’ll never leave the castle, Worst case scenario, Here today, gone tomorrow, Joker, Last of an undying kind, Nostalgia, Lullaby for an Angel, Mr. Grouch, No room in hell, Tokio lights, Lucifer’s magic

Quinto album per i nostrani Hell in the Club, di cui mi rammento purtroppo essere un paio di anni dall’ultima occasione in cui li ho potuti vedere dal vivo; peccato perché sono indubbiamente un combo tecnicamente validissimo e dall’ottima tecnica e personalità in sede di live. Tuttavia, siamo coscienti dell’ottimo riscontro della loro attività discografica che, nonostante le difficoltà del farsi strada nel mercato di oggi, li vede oggetto di un successo di pubblico sempre maggiore. A fronte di questo vediamo cosa ha da offrire questo “Hell of fame”. La mia prima impressione è che quanto emerga chiarissimo sia l’ottimo lavoro in studio di Simone Mularoni, autore di registrazione, mixaggio e masterizzazione. Il suono del disco è potente e pieno, la resa della band è perfetta, il loro sound e la grinta esecutiva che li ha sempre caratterizzati sono perfettamente resi. Riguardo al genere proposto, io credo si possa dire che il loro mix tra metal e Hard rock 80s sia stato leggermente corretto con inserti melodici e orecchiabili che cercano di addolcirlo, se vogliamo usare questo termine, comunque in maniera naturale e attinente al loro stile. La ballad più struggente, “Lullaby for an Angel”, non avrebbe comunque sfigurato nelle precedenti produzioni della band (beh, sicuramente non nell’ultimo “See you on the dark side”), è nel resto delle song che alcune scelte (sia come struttura delle song che come uso dei suoni a disposizione) depongono verso una certa ricerca di orecchiabilità. Il lavoro compositivo è comunque come di consueto vario e convincente, passando dalle note più melodiche a power ballad e pezzi decisamente potenti e aggressivi (vedi già la successiva “Mr. Grouch”). La band come sempre ha qualità e tecnica da vendere e questo traspare dalla precisione e pulizia di esecuzione dei pezzi. Non vedo un singolo prevalere sugli altri, ogni linea melodica è ben curata così come quella vocale, e la produzione amalgama tutto perfettamente. Non credo ci sia nulla di più da aggiungere, se non qualcosa di extra rispetto al disco; auguro davvero alla band di poter riprendere presto l’attività live, forzatamente stoppata dagli eventi degli ultimi mesi, per permettere a loro la promozione del loro materiale, e a noi di goderci un’ottima band, tanto in studio quanto nei loro concerti. Un bocca in lupo ai ragazzi della band e un sentito incoraggiamento all’acquisto di questo disco a tutti i lettori.

Nikki

 

Published in Albums

 

 

Line up: Chris Catena – vocals, Janne Stark – guitars.
Special guest: Pat Travers, Doug Aldrich, Stevie Salas, Blues Saraceno, Damon Johnson, Bumblefoot, Kee Marcello, Rowan Robertson, Wyzard, Ozz Fox, Tracii Guns, Dizzy Reed, Scotti Hill, Jimmy Crespo, Freddie Salem, Dick Wagner, Bobby Kimball, Paul Shortino, John Sloman, Stu Hamm, Tony Franklin, Neil Murray, Chuck Wright, Ken Sandin, James LoMenzo, Sean McNabb, Carmine Appice, Brian Tichy, Matt Starr, Troy Lucketta, Greg Chaisson, Joel Hoekstra, Giacomo Castellano, Paul Audia

Tracklist: Angel City, The Trickster, Down In The Black, Motorcycle Killers, The Seventh Son, Get Ready, My Angel, Still A Fool, Who Knew, Livin' Wreck, Round The Bend, Fall Of Our Heroes, Freedom, Theme For An Imaginary Western, Ridin' The Freebird Highway

Eccoci dunque a verificare cosa ha combinato il nostrano italico e bravissimo singer Chris Catena; ci aveva preparati al suo mega progetto 'Rock City Tribe' dedito a supportare la musica hard in tutte le sue forme e, con l'aiuto del bravissimo guitar player Janne Stark (Overdrive, Locomotive Breath, Constancia & more....) ed una serie interminabile di super-special-guest (leggete sopra in line up) ha partorito queste quindici tracce nel corso di un periodo di tempo assai lungo, dieci anni, ma sicuramente proficuo visto il risultato finale di questo project. Le song sono state create in un lungo lasso temporale (come appena scritto) e registrate anche in diversi studi in più parti del mondo. L'intento di Chris era quello di creare un disco di puro hard rock – e c'è riuscito in pieno!! - che sprizzasse l'energia degli anni settanta, del blues, del funk e del country ad amalgamare il tutto. L'album suona potente, diretto e le caratteristiche appena citate le potrete riscontrare immediatamente nella superba 'Who Knew' che credo riassuma al meglio quanto questo artista volesse esprimere nella sua mastodontica opera musicale. Si respira infatti un'aria settantiana nella struttura musicale di questo “Truth In Unity” che, magari, per i rockers più giovani potrebbe risultare un poco “datata” poiché spiccano riferimenti a Rainbow, primissimi Whitesnake, e tutto quel corposo hard sound che ha praticamente creato le basi della nostra beneamata musica, ma sicuramente farà la gioia di chi ha vissuto questa musica negli anni d'oro e, perché no, chi invece vuole capire come si suonava un certo tipo di rock in quegli anni. Veloci up tempo come 'Round The Bend' sono capaci di ammaliare giovani e 'old' rockers senza distinzione poiché la potenza ed il groove sono un vero pugno nello stomaco ma anche il funky rock -sempre e comunque fortemente hard- di 'Freedom' riuscirà a farvi amare questa band. Mi spiace solo che nella product information arrivatami non c'è (visto il numero enorme) informazione dell'operato degli special guest nelle singole canzoni ma credo proprio che nel cd-booklet che comprerete sarà ampiamente specificato. Un ottimo disco, non fatevelo scappare.

Roby Comanducci

Published in Albums
Giovedì, 29 Ottobre 2020 20:59

LANDFALL “The turning point”

 

 

Line up: Gui Oliver – vocals, Felipe Souzza - drums, Marcelo Gelbke – guitars, Thiago Forbeci – bass.

Tracklist: Rush hour, No way out, Jane’s Carousel, Across the street, Don’t come ‘easy, Taxi Driver, Distant love, Roundabout, Road of dreams, Hope Hill, Sound of the city

Il disco di oggi è il nuovo lavoro dei brasiliani Landfall, un interessante combo dalla lunga ma complicata storia, originata dalla collaborazione tra il batterista Felipe Souzza e il chitarrista Marcelo Gelbke, amici d’infanzia e collaboratori a livello musicale per molto tempo, a cui oltre al bassista Thiago Forbeci si è infine unito il singer ex Auras Gui Oliver. Tale formazione ha suonato e compiuto tour negli ultimi anni, e arriva infine a proporci in questi giorni questo nuovo disco. Colpisce intanto il genere, che pur nella sua classicità (AOR melodico) risente di numerosi influssi più Hard (Dokken, Extreme, specie nelle linee vocali) e dà così origine a un interessante mix dove alla straordinaria voce di Oliver, estremamente calda, si sovrappongono riffing alternativamente aggressivi e straordinariamente melodici (penso alla bellissima “Don’t come easy”), in un’atmosfera che certo si richiama a qualche decennio fa, ma lo fa bene. La produzione del disco come spesso in questi casi ha un importante ruolo nel dare l’esatta dimensione musicale della band, e devo dire che mi ha convinto pur nella sua, a volte difettosità: accanto a talune fasi forse un po’ confuse, specie nei pezzi più aggressivi, si alternano elaborazioni nelle song più melodiche decisamente accattivanti e convincenti; tornando alla fase più “aggressiva”, diciamo che tuttavia pur se imperfetta (forse nel suo richiamare un certo stile 80s in modo troppo diretto) non fa perdere immediatezza a queste canzoni, che inframezzano bene lo stile in generale melodico del disco. Per spendere qualche parola sugli elementi della band, come detto ed era forse attendibile risalta decisamente la prestazione vocale, che si adatta a diversi registri nel corso del disco, senza mai perdere di decisione ed espressività. Il resto della band agisce in effetti di contorno lasciando molto spazio all’opera di Mr. Oliver e in effetti quasi tirandosi indietro: il riffing di chitarra è potente e preciso, ma resta sullo sfondo sempre, e non ci sono divagazioni soliste importanti; la sezione ritmica è di grande livello e precisione, e ci troviamo di fronte “solo” a un accompagnamento, comunque potente, in grado di dare il suo contributo al pathos delle canzoni. Concludendo con un giudizio complessivo, lo trovo un disco dal genere classico ma molto ben suonato, composto e interpretato, con i giusti inserti, e che certamente non deluderà chi vuole ascoltare un disco dalle linee vocali decisamente espressive e coinvolgenti. Come spesso diciamo in questo periodo, peccato dover aspettare chissà quanto prima che si parli di un loro live, ma suvvia, il momento arriverà. Un gran disco AOR/Hard, consigliato a tutti gli appassionati.

Nikki

Published in Albums
Venerdì, 23 Ottobre 2020 21:27

BUSH “The Kingdom”

 

 

Line up: Gavin Rossdale – vocals, guitars, Chris Traynor – guitars, Corey Britz – bass, Nik Hughes - drums

Tracklist: Flowers On A Grave, The Kingdom, Bullet Hole, Ghosts In The Machine, Blood River, Quicksand, Send In The Clowns, Undone, Our Time Will Come, Crossroads, Words Are Not Impediments, Falling Away

Era il lontano 1994 quando questa band sputò fuori in piena epopea grunge “Sixteen Stone” scalando le classifiche americane e vendendo oltre dieci milioni di copie, complice i singoli 'Everything Zen', 'Glycerine' e 'Comedown'. Nonostante al sottoscritto (e la cosa e strasaputa da tutti hehe) il mondo grunge non sia mai piaciuto molto, devo ammettere che questo gruppo inglese è sempre riuscito a ritagliarsi un posticino nella mia discografia personale; li ho sempre considerati insieme a pochi altri, un gruppo valido, con buone idee un'attitudine non espressamente autodistruttiva ed un robusto e granitico guitar work. Bene. Nel 2020 eccoli tornare dopo tre anni con questo nuovo e graffiante full lenght album che vede la presenza in line up oramai del solo cantante-chitarrista e fondatore Gavin Rossdale. “The Kingdom” si presenta bene, ha il suono energico forse più che agli esordi, ha una buona produzione e soprattutto non stanca ed anzi, garantisce forti scosse di adrenalina. Esempio lampante è il corrosivo groove metallico della title track, capace di far pogare vostra nonna in salotto con la scopa sotto il braccio! Un basso pulsante e claustrofobico accompagna il guitar work e la voce del sempre bravo Gavin nella corposa 'Bullet Hole'. Un 'riffone' pesante, saturo e corposo di chitarra apre 'Blood River' che si sviluppa in un sound cadenzato ma potente e di forte impatto. Eccellente song! Ma su questa linea troviamo anche altri ottimi esempi di alternative rock roccioso con la giusta dose tra saturazione sonora e melodia di base; 'Quicksand', 'Send In The Clowns' e 'Words Are Not Impediments' sono li per dimostrarlo. E bravi Bush, bravo Mr. Rossdale che è riuscito da solo a riformare un combo musicale con ottimi musicisti e, soprattutto, complimenti per la freschezza del prodotto che ha mantenuto il suono sicuramente giovane ed iniettato di una notevole forza d'urto. Fatelo vostro!

Roby Comanducci

Published in Albums
Pagina 1 di 3