Line up: John Dallas – vocals, rhythm guitar, Tom Angeles – lead guitar, Black Sam Carbo – bass, Andy Palermo – drums, keyboards.
Tracklist: Anymore, Bad Sister, Drive Me Tonight, Glory, John Dallas, Love Never Dies, Dancing All Night, I’ll Be Waiting, Shine On, Lovers, Wasted
E' bello riscontrare che ancora oggi nel nostro “stivaletto” riusciamo a partorire band e artisti che omaggiano il grande hair metal ottantiano e non si accodano alla schiera di band modaiole attuali tutte “cattiveria e urla growl”. E' il caso infatti del qui presente singer, chitarrista e songwriter John Dallas attivo dal 2015 anno in cui diede alle stampe il debut album “Wild Life”, accolto bene da critica e pubblico. Questo “Love & Glory” è quindi il secondo atto di Dallas che coi suoi compagni di ventura (tra cui figura il drummer Andy degli Speed Stroke, nda) ci regala un platter che è il classico omaggio ai mitici eighties/nineties; hard rock a tratti grintoso e in altri frangenti commerciale ma sempre e comunque da vasto airplay, un sound che omaggia l'fm rock americano e il rock da classifica. Sembra di riascoltare classici come Rick Cua e Rough Cutt e, scusate se è poco, il paragone direi che è più che lusinghiero. La musica che scaturisce dalle canzoni di John è ammaliante e ruffiana, catchy e maliziosa, come se stessimo vivendo ancora ai tempi del glorioso Sunset Boulevard; infatti in alcune song non mancano rumorini, voci femminili, suoni di strada, sirene....insomma, un bel pacchetto molto street rock. “Dancing All Night” e “Drive me Tonight” stanno a dimostrare quanto appena scritto ma anche il pulsante heavy rock dell'opener “Anymore” o lo street rock di “Bad Sister”. In definitiva un disco ben fatto che ricalca sì fedelmente gli stilemi di un tempo ma ci mette anche quel pizzico di brio che saprà catturarvi.
Roby Comanducci
Line up: Robben Ford – guitar, Jeff Coffin – saxophone, Russell Ferrante – keyboards, Bill Evans – saxophone, Jimmy Malis – oud, Steve Mackey – bass, Anton Nesbitt - bass, Dave Row - bass, Casey Wasner – drums, Toss Panos – drums, Shannon Forest – drums, Patrick Ford – drums, Wes Little – percussion, Satnam Ramgotra – tablas. Additional Instrumentation: Robben Ford – keyboards, Brian Allen - acoustic bass, bass.
Tracklist: Pure (prelude), White Rock Beer ... 8 Cents, Balafon, Milam Palmo, Go, Blues For Lonnie Johnson, A Dragon's Tail, Pure, If You Want Me Too
Parlare di Robben Ford è sicuramente gaudio per chi -come il sottoscritto- è da sempre un estimatore dei gutar player e del suono di questo strumento magico! Moltissimi lo conosceranno ma, magari per i più giovani o per chi non è pienamente “dentro” il guitar world, dico solo che Ford è in assoluto uno dei più stimati e considerati chitarristi al mondo; il qui presente signore ha suonato con gente del calibro di Miles Davis, Joni Mitchell, George Harrison, Bob Dylan, Greg Allman oltre che aver inciso diciannove dischi e suonato in ogni parte del globo. Robben è tra i più quotati compositori/esecutori della chitarra blues ed anche – e soprattutto- fusion e jazz. Potrete quindi immaginare cosa possa uscire dai solchi (beh....per chi compra il vinile hehe, nda) dei suoi album e, in special modo, di questo ultimissimo ed interamente strumentale “Pure”. Questo album è un autentico insieme di colori, suoni, emozioni che si dipanano nella mente dell'ascoltatore. Un sound delicato che ti accarezza e ti culla con fraseggi di chitarra da antologia ma anche ammalianti passaggi blues e tecnicismi sopraffini quando si addentra in territori fusion. Però, specifico, il suono non è mai freddo o ripetitivo, non stanca o affatica l'ascolto come certi prodotti jazz-fusion rock troppo articolati e cervellotici. No, Ford mette la sua tecnica al servizio della song e ne scaturisce fuori un sound caldo e ricco di pathos. Potrei fare accostamenti a Steve Morse solista o ai “funambolici” Dixie Dregs anche se “Pure” nella sua complessità esecutiva riesce ad essere più digeribile per chi non ha un orecchio allenato. Tutte le tracce sono degne di nota, è un turbinio di suoni; l'intrigante e malizioso blues rock di “White Rock Beer...” con tanto di sezione fiati ad impreziosire il tutto, lo slow blues carico di pathos su “Balafon”, l'eclettico groove funky di “Go”, le impareggiabili eufonie del lento “Blues For Lonnie Johnson” ma anche il tecnicismo miscelato alla pulsante energia della fusion/jazz “A Dragon's Tail” e della title track. Un disco imperdibile, dedicato a tutti coloro che amano la chitarra e vogliono passare 45 minuti circa regalandosi il piacere di ascoltare vera musica!
Roby Comanducci
Line up: Nathan James – vocals, Danny De La Cruz – guitars, Dan Stevens – guitars, Vinnie Colla – bass, Phil Beaver – drums
Tracklist: Queen Of The Night (Whitney Houston cover), Barracuda (Heart cover), Midnight Sky (Miley Cyrus cover), Nutbush City Limits (Tina Turner cover), Bring Me To Life (Evanescence cover), Fighter (Christina Aguilera cover), I’m With You (Avril Lavigne cover), I Hate Myself For Loving You (Joan Jett cover), I Am The Fire (Halestorm cover), Time After Time (Cyndi Lauper cover), Uninvited (Alanis Morissette cover)
Ciao a tutti amici e amiche di Cathouse, come state?! Oggi voliamo in Inghilterra, precisamente a Londra con gli Inglorious. Sulla scia del successo del precedente album “We Will Ride” uscito a febbraio 2021 con la nuova formazione. Oggi, vi presento “Heroine” un tributo alle voci femminili che hanno influenzato la band sia musicalmente che vocalmente. Heroine, spazia dall’hard rock ai successi pop di Whitney Houston, Miley Cyrus, Avril Lavigne e Christina Aguilera. Passando poi per canzoni senza tempo di Tina Turner, Heart e la mia adorata Joan Jett, per finire al rock contemporaneo di artisti del calibro di Evanescence, Alanis Morissette e Halestorm. Inoltre, il ricavato sarà devoluto in beneficenza a Women’s Aid, associazione inglese contro gli abusi domestici su donne e bambini. “Heroine” è molto orecchiabile nonostante l’unica interpretazione che mi è piaciuta meno rispetto l’originale è stata “Fighter” di Christina Aguilera. Una ascoltata -fossi in voi- comunque gliela darei vista la giusta causa dell’album.
LaGlo
Lineup: Yngwie Malmsteen - vocals, guitars, bass, all instruments
Tracklist: Wolves At The Door, Presto Vivace In C# Minor, Relentless Fury, (Si Vis Pacem) Parabellum, Eternal Bliss, Toccata, God Particle, Magic Bullet, (Fight) The Good Fight, Sea Of Tranquillity
Ed eccoci qua, dopo tantissimi anni a parlare puntualmente del lungocrinito eroe della sei corde svedese, al secolo Yngwie Malmsteen. Cosa dire ragazzi?... Lui senza dubbio è stato e lo è tuttora il re dei 'velocisti' della chitarra, il re della musica tecnicamente e magnificamente suonata con il giusto mix tra classica e heavy metal. I suoi esordi negli eighties sono autentici masterpiece, la Bibbia per ogni chitarrista che si rispetti e per chiunque voglia approcciarsi a questo fantastico strumento. Io ho sempre seguito le evoluzioni del guitar world; dai maestri blues e fusion degli anni 60-70 al fenomeno di massa capitanato da Mike Varney e l'ascesa dei virtuosi della chitarra in pieni anni ottanta. Malmsteen ha fatto scuola, inutile dirlo e, anche se ho sempre riscontrato in lui una poca flessibilità strutturale/compositiva in quanto non si è mai discostato un poco dal suo stile neo-classico e sinfonico, ammetto che è stato capace di regalare a milioni di fans autentici momenti di estasi. Il qui presente 58enne Lars Johan Yngve Lannerbäck esce quindi a distanza di due anni dall'album di cover “Blue Lighting” con un nuovo disco, suonato, prodotto, arrangiato e cantato tutto da lui, “Parabellum”. Cosa è successo però? C'è un però! Come dicevo prima il guitar player di Stoccolma è stato un precursore ma dalla sua ha sempre peccato di ripetitività. Lasciando perdere i primi lavori, capolavori inarrivabili per molti, si è crogiolato nella sua grazia divida di Dio della chitarra partorendo album su album che sono stati -spesso- una mera elucubrazione stilistica, uno sfoggiare tecnica a profusione sempre sul filo dei 1/64 di velocità e tanta , tantissima musica classica rivista e rielaborata in chiave heavy rock. Tutto questo non è certamente un danno però, dopo decine e decine di dischi, onestamente siamo assuefatti dal suo stile: un pizzico di varietà, un briciolo di inventiva con qualche album “diverso”, anche solo per mostrare al mondo che è capace di suonare tutto ed anche bene. Quasi ho amato di più il penultimo e già menzionato cover album “Blue Lighting” uscito nel 2019, dove per la prima volta l'ho sentito suonare blues rock, coverizzando grandi del passato ma, perlomeno, ha fatto uscire dai suoi amplificatori qualcosa di differente. “Parabellum” infatti non si discosta di una virgola dal suo classico stile e le canzoni sembrano già sentite, gli stessi solos risultano ripetitivi, monotoni, senza verve e, alla lunga, si fatica ad ascoltare tutte le tracce presenti. Inoltre, manco farlo apposta, il buon Yngwie ha fatto un lavoro pessimo in fase di produzione, registrazione e arrangiamento; il suono è “chiuso e ovattato”, ed anche le song più “interessanti” come “Relentless Fury”o “(Fight) The Good Fight” entrambe cantate (molti pezzi sono strumentali), risultano sporcate da una pessima produzione. Album consigliato solo ai fans più accaniti.
Roby Comanducci
