Nikki

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Dic 01

INSANIA - "V (Preparatus supervivet)"

 

 

Line up: Ola Halén - vocals, Dimitri Keiski - vocals, Peter Östros -guitar, Niklas Dahlin - guitar & keyboard, arrangements, Mikko Korsbäck - grums & keyboard, Tomas Stolt - bass  

Tracklist: Preparatus supervivet, Solur, Prometheus rise, Moonlight shadows, My Revelation, We will rise again, Like a rising star, Blood, Tears and agony, Entering paradise, Power of the dragonborn,The last Hymn to life.

C'era un anno in cui tutto quella che luccicava era oro, nel rock ’n roll, e come tutti sanno, era il 1972; ci sono stati altri anni magici, un po’ di più o di meno, e ognuno ha i suoi. Con meno scalpore forse globale ma notevole tra gli appassionati, io credo che tra i metalheads … ehm … attempati, in pochi non ricordino l’anno di grazia 1998, o tuttalpiù il biennio 1997-1998, in cui nel volgere di pochi mesi almeno una mezza dozzina di lavori portanti del Power/Epic uscirono per restare per anni nel cuore degli appassionati. Qualcuno storse il naso, qualcuno invece era entusiasta e lo è rimasto, qualcuno parlò di puro plagio di vari antesignani, eccetera… ecco allora c’era comunque una forte discussione ed era decisamente un segno di vitalità dell’intero movimento metal. Mi fermo qua. La colpa, chiamiamola così, di questo disco, è di richiamarsi così fortemente ad alcuni passi di quei momenti, da non poter non meritare un accenno alla cosa. Lasciamo lì il discorso e veniamo a questo lavoro proveniente dalla pluri-celebrata, in ambito musicale, Svezia. Gli Insania sono ormai una band esperta e col suo quinto lavoro ci offre un suo nuovo spaccato, ovviamente, di Power/Epic di ottima fattura. La loro storia peraltro affonda in pieno negli anni ’90 essendo stati fondati nel 1992, avendo proseguito un onorevole carriera fino al 2007, salvo poi di fatto sciogliersi per tornare col presente lavoro.  Parliamo di quanto troverete nel disco dunque: beh, essenzialmente pregevole power metal, pesantemente influenzato da Stratovarius e Angra, ma anche variato e non monotono nel suo discorso musicale. Certo la doppia cassa e le classiche cavalcate imperversano (ottima ad esempio “Moonlight shadows”) ma vi sono vari registri, con ballad o pseudo tali (“Blood tears and agony”) e apprezzabili cambi di ritmo (“My revelation”) a rivelare una certa inventiva e una buona dose di talento compositivo. Apprezzo tutte le parti, dal cantato ai vari strumenti, che riescono a essere incisivi senza diventare barocchi come capita a volte; le linee di chitarra ad esempio sono fortemente aggressive ma non scadono mai nell’eccesso per quanto riguarda lo sfruttare le parti soliste: un ottimo esempio in questo senso sono i fraseggi della già menzionata “Blood tears and agony”. Anche la produzione è eccellente, i suoni sono tutti curatissimi e hanno una resa perfetta. Andando a concludere, un lavoro certamente di un’ottima tecnica, curato e preciso in tutte le sue parti, non ultima quella compositiva: il disco si fa ascoltare e riascolta più e più volte, fino a farsi ampiamente citare i momenti in cui il citazionismo per i mostri sacri degli anni ’90 diventa davvero evidente. Quindi, non aggiungerei altro, è un ottimo lavoro che vale tanto per i molto appassionati del genere come per chi non lo ama specificamente ma apprezza una digressione in queste sonorità. Buon ascolto!

Nikki

Nov 11

FANS OF THE DARK "Fans of the Dark"

 

 

Line up: Alex Falk - vocals, Robert Majd - bass, Oscar Bromvall - guitar, Freddie Allen - drums

Tracklist: The Ghost of Canterville, Escape from Hell, The running man, Dial mom for murder, Life kills, Rear Window, The foreigner, Zombies in my class

La recensione di oggi riguarda un lavoro decisamente originale, non semplicemente inquadrabile secondo le coordinate musicali che usualmente citiamo. I Fans of the Dark sono un quartetto svedese che deve molto alla vena compositiva del batterista Freddie Allen, sfogatasi ampiamente durante la recente pandemia. Alla prima occasione sono stati reclutati l’ex compagno di scuola Alex Falk alla voce oltre a dei solidi veterani come Oscar Bromvall, Robert Majd e Mike Palace (rispettivamente chitarra, basso e produzione) per dare vita al primo e omonimo disco. Cosa dire di questo lavoro? Innanzitutto che non è assolutamente scontato, con un inizio molto lento e riflessivo, con ritmiche lente e riffeggi ampi e di atmosfera, con lievi accenni più aggressivi (l’opener “The ghost of Canterville” è un buon esempio); nel seguito continua lo schema ma con una generale predisposizione per una vena rock emozionale, con cori sentiti e ritmiche coinvolgenti; nel corso del disco una lieve influenza metal prende il sopravvento sulla base rock con cui il disco parte, arrivando a pezzi decisamente aggressivi come “Rear window”; prima di questa, quasi conclusiva, una manciata di pezzi che richiamano certo rock commerciale anni ’80 ma anche esprimono, specie nelle linee vocali, richiami più ampi, fino al post punk a certi tratti. Accompagnati a queste come già detto una partenza molto melodica e numerose song ove il gusto per la linea essenziale prevale ed è la voce l’unico elemento che cerca di ritagliarsi uno spazio in primo piano. Il momento di maggior aggressività verso il finale si stempera in song come “The foreigner”, ove si compone una linea di chitarra potente con un tonalità vocale malinconica ed emotiva. Cosa dire ulteriormente di questo platter? Per dare qualche giudizio tecnico, le parti ritmiche sono eccellentemente suonate, così come le linee di chitarra, generalmente in secondo piano ma con vari momenti in cui prendono un certo spazio. Il lavoro degli strumentisti è notevole, mentre per quanto molto particolare a mio avviso sulla voce ci potrebbe essere un lavoro ulteriore, visto che non mi sembra sfruttare appieno tutta l’espressività che può avere, e sembra quasi limitarsi ad arte. La produzione è tra il discreto e il buono, in generale comunque in grado di catturare l’espressività della band. A questo punto un buon banco di prove per questo particolare tipo di messaggio musicale può essere la prova live, ove dimostrare se le lievi pecche presenti nel lavoro in studio vengono superate dall’energia propria di questi momenti. Un disco comunque gradevole all’ascolto e che certamente non vi annoierà.

Nikki

Nov 02

CRAZY LIXX "Street Lethal"

 

Line up: Danny Rexon - vocals, Jens Anderson - Bass, Joel Cirera - drums, Chrisse Olson - guitar, Jens Lundgren - guitar

Tracklist: Enter the dojo, Rise Above, Anthem for America, The Power, Reach out, Final Fury, Street Letha, Caught between the Rock n' roll, In the middle of nothing, One fireone goal, Thief in the night

E siamo al settimo album per gli svedesi Crazy Lixx, era appena ieri che “Heroes are forever” era il nuovo singolo arrivato dalla Svezia da una band di promettenti debuttanti, da quel giorno loro hanno proseguito con notevole dedizione la loro carriera, come evidente dal numero di lavori in studio pubblicati. Ma dedichiamoci subito a quello che troviamo nelle tracce di questo nuovo lavoro senza perdere altro tempo. L’intro con un lieve tocco orientaleggiante lascia in breve spazio al possente riff della opener “Rise Above” ed è immediatamente chiaro che i ragazzi di Malmoe continuano sullo stile classicamente sleazy/street che li portati ove sono, con l’aggiunta di un tocco di un certo hard anni ’80 molto aggressivo ma allo stesso tempo orecchiabile, alla Whitesnake. Si mantiene lo stesso stile per la maggior parte del disco, puntando molto su melodie accattivanti uniti a cori maestosi, alternati con qualche tocco di aggressività che tanto deve alla (giustamente) celebrata scena losangelina di metà 80s. Si aggiungono ancora al mix, sempre secondo lo stile più classico, momenti più ritmati e catchy (“Reach out”) così come classici lenti (“Final Fury”) che lasciano poi spazio, dopo aver modificato il ritmo, a song più ‘eavy come “Caught between the rock n’ roll”. A mio parere un punto favorevole è la continuità rispetto al precedente “Forever wild” nel campo della produzione, di buona qualità con leggere sporcature a rendere un suono potente ma non perfetto, adatto alle sonorità proposte. La qualità degli strumentisti è buona e così la linea vocale del singer Danny Rexon è espressiva nel rendere la ruvidezza necessaria per i pezzi. L’ascolto prolungato del disco non stanca di certo, segno che in studio la band ha ben lavorato nel rifinire le song e la composizione è stata ben curata. L’unico limite che mi sento di segnalare è che tuttavia la band procede un po’ sul sicuro nella sua strada musicale, non rischia cioè con eccessive deviazioni rispetto al loro classico stile. Se volete, è un discorso che abbiamo sentito decine di volta, io credo che molti di noi abbiano già la loro personale risposta. Il lavorare sempre sullo stesso canovaccio da un lato comunque non limita, perché la vena compositiva della band non è comunque tarpata da questo, le song sono perfettamente costruite e colpiscono all’ascolto. E’ tuttavia vero che manca una innovazione importante, che potrebbe far sembrare a qualcuno questo disco fin troppo simile al precedente. Concludo tuttavia asserendo che la band ha però ottime qualità che emergono dalle tracce, e sono peraltro note a molti grazie ai lunghi anni di carriera. Quanto forse in studio non hanno saputo rischiare, ritengo lo possano recuperare in sede live, che a questo punto spero possa arrivare il prima possibile, dove le loro capacità sono sempre state ben espresse.

Nikki

Ott 12

LORDS OF BLACK "Alchemy of Souls pt.II"

 

 

Line up: Ronnie Romero - vocals, Tony Hernando - guitars, Dani Criado - bass, Jo Nunez - drums

Tracklist: Prelude (Alchimia Confessio 1458 ad), Maker of nothingness, What's become of us, Bound to you, Before that time can come, Mind Killer, Death dealer, Prayers turned to whispers, In a different light, How long do I have now, Fated to be destroyed,  No hero is homeless, Sympathy

Dopo un anno tornano i Lords of Black con un disco appropriatamente indicato come la seconda parte del lavoro di un anno fa: cosa dire quindi di “Alchemy of souls, Pt II”? Iniziamo ricordando un paio di elementi giusto per inquadrare l’obiettivo di oggi: la band, di provenienza spagnola, ruota attorno al talento vocale del cantante Ronnie Romero, salito agli onori delle cronache in ambito metal grazie alla collaborazione nientemeno che con Ritchie Blackmore per i suoi Rainbow nel 2015. Sulla scorta di queste e diverse altre esperienza dei suoi membri, in particolar modo del chitarrista Tony Hernando, nasce la band che dopo un momento di pausa sforna tra l’anno scorso e questo una coppia di lavori decisamente di rilievo in ambito classic metal, con ampi spunti melodici ma senza perdere di grinta e immediatezza. Prima di analizzare il disco una menzione per il perfetto lavoro di produzione affidato a mr. Roland Grapow degli Helloween ancora, ottimo complemento al talento espresso dalla band. A mio avviso il buon lavoro iniziato con la parte I ha avuto un’ottima evoluzione, evidente dall’ascolto di insieme su questo disco. Il metal di stampo Judas Priest/Black Sabbath alternato a momenti più melodici è ora evoluto in un lavoro posto a metà strada, ma ove la presenza ampia di tastiere ed effetti non preclude i tempi marziali e i riffeggi potenti (ottimo esempio è “Death dealer”); certo è che le componenti strumentali tradizionalmente più associate ai lavori melodici, come quelle appena citate, sono ora ampiamente usate; ma il disco risulta avere un tono drammatico ed emozionale che si sposa perfettamente con lo stile decisamente aggressivo della maggior parte dei riff. Nel tutto risulta usata con un esito ottimo la qualità vocale del singer, che pur senza sfruttare appieno la propria potenza compie un ottimo lavoro espressivo nelle song. La qualità esecutiva è ottima e ribadisco il mio apprezzamento per la produzione, che sa far fruttare la qualità compositiva dei pezzi. Concludo ribadendo l’ottima qualità del disco, giusto risultato del lavoro compositivo e di evoluzione della band.

Nikki

 

 

Tracklist: Between Worlds, These walls, Life enough for me, Times of change, No escape, Soul Chaser, Scent of an angel, Beautiful disaster, Flip the script, Beneath the surface, Calm before the storm

Line up: Mike Munroe - vocals, Alessandro del Vecchio - keyboards, backing vocals, Pete Alpenborg - rythm guitars, Jack Frost - lead guitars, Alex Jansen - bass, Michele Sanna - drums, John Lee Middleton - bass on "No escape", Joel Hoekstra - lead guitar on "Soul Chaser", Chris Caffery - lead guitar on "Scent of an Angel" and "No Escape"

Il disco che recensisco oggi ha avuto una lunga gestazione, in quanto arriva a circa due anni dall’incontro di due nomi come Alessandro Del Vecchio e Ronny Munroe, che fin da subito iniziarono a lavorare all’idea di un disco assieme, nell’ottica di riproporre un progetto classic/power metal sulla scia delle vecchie collaborazioni di Ronny, ovviamente a partire dai Metal Church. Il lungo periodo trascorso, solo in parte dovuto agli impegni artistici di entrambi, ha portato a un buon risultato, decisamente orecchiabile e in parte sufficientemente innovativo, che ripaga sicuramente l’attesa. Innanzitutto il progetto musicale creatosi ha raccolto alcune vecchie conoscenze di entrambi, che si rivelano ben affiatate, e diversi guest di spessore, su tutti (parere mio) Chris Caffery dei Savatage; al di là dei nomi la proposta si rivela solida e con il consueto mestiere nel ruolo di compositore Alessandro ci guida nuovamente in un lavoro di tutto rispetto in ambito heavy. Il genere proposto ha le sue solide basi nel metal più power ed epico d’oltreoceano, nomi come Crimson Glory ma anche gli stessi Savatage nelle parti più d’atmosfera come riferimenti non stupiranno i lettori. Si nota all’interno del disco una digressione tra la prima parte più diretta e suonata, che man mano passa a una sezione più d’atmosfera e incentrata sul lavoro alle tastiere di Alessandro (si pensi a “Scent of an Angel”); la chiusura del disco è poi affidata alle più aggressive “Beneath the surface” e “Calm before the storm”, ma il culmine compositivo del disco mi pare l’ottima “Beautiful disaster” che interrompe l’appena citata digressione melodica a metà del lavoro. Il tutto accompagna molto bene, con un’ampia gamma di tracciati melodici, la perfetta esecuzione delle linee vocali del singer d’oltreoceano. E’ in effetti questo in sintesi il grande pregio di questo lavoro: permette alla voce dell’ex Metal Church di mostrarsi nei suoi vari registri, dimostrando i suoi pregi, il tono roco ma molto melodico, l’estensione e la potenza, quindi il suo essere perfettamente a suo agio in un lavoro dallo stile classico ma che si permette alcune importanti divagazioni melodiche. Unica pecca, secondo me, la produzione, forse concentrandosi nettamente sul mettere in risalto il cantato, pecca un po’ nella resa della sezione ritmica, in particolare della batteria e in alcune linee di accompagnamento alla chitarra. Al netto di ciò, il disco è ben ispirato e riuscito, e il tempo speso (al di là di quanto sia stata effettivamente lunga la parte creativa, per i motivi già inizialmente menzionati) ha dato i suoi frutti. Un ottimo lavoro in ambito metal e un ascolto consigliato.

Nikki