Line-Up: Jack Blades - bass and vocals, Kelly Keagy - drums and vocals, Brad Gillis – guitars, Eric Levy – keyboards, Keri Kelli – guitars
Tracklist: Coming For You, Bring It All Home To Me, Breakout, Hard To Make It Easy, Can’t Afford A Hero, Cold As December, Dance, The Hardest Road, Monkey, A Lucky Man, Tomorrow, Savior (Bonus Track for CD and LP only)
Recensire i NightRanger è pura goduria per il sottoscritto. Li seguo sin dagli inizi (e si parla del lontano 1982 con il memorabile debut “Dawn Patrol”) e da sempre ho valorizzato questo combo di grandi musicisti considerandoli dei veri e propri precursori di un certo tipo di hard rock melodico; il loro sound è sempre stato commerciale e radio friendly ma, attenzione, mai e ripeto mai, banale o troppo edulcorato. Hanno sempre partorito hit singles da paura ma con l'accortezza di iniettare adrenalina, grande merito della coppia di chitarristi Watson-Gillis, due autentici guitar player dotati di un'ottima tecnica strumentale e una dose superlativa di armonia e capacità d'inventare il riff tagliente o spaccacuori in base al tipo di song proposta. Watson oramai da anni (eh si....purtroppo, non ne vuole sapere a riunirsi!!!) ha abbandonato la band e si sono comunque – e per fortuna- avvicendati altri superlativi axe man. Ricordiamo Zaijcek, Joel Hoekstra, Reb Beach e per ultimo ed ancora in line up l'istrionico Keri Kelli. I Night Ranger, in ogni caso, sono sempre rimasti gli stessi, adeguando il sound come arrangiamenti per rimanere sempre attuali ma conservando il songwriting ottantiano, rimangono sempre un'autentica fucina di capolavori sonori. Anche questo “ATBPO” (letteralmente And The Band Played On) non è da meno, anzi, è un lavoro eccelso che da la giusta scossa di adrenalina e ti culla in altri momenti. Come non rimanere colpiti dal poderoso hard sound di “Monkey”, quattro minuti di rock tirato e sudato con un lavoro strepitoso dei due chitarristi. Oppure farsi catturare dal rock radiofonico di “A Lucky Man”, o dall'hard rock spumeggiante di “ Hard To Make It Easy”. Poi quando Blades & Co. vogliono rallentare e dar spazio a eufonie e sonorità ammalianti sono sempre i numeri uno, ascoltatevi la lenta e bellissima “Can’t Afford A Hero” e capirete. Menzione d'onore invece per “Breakout”, autentica rock song con un riff e ritornello da antologia capace di far ballare anche un morto. Non aggiungo altro se non lo spassionato consiglio di far vostro questo album, una delle migliori uscite di quest'anno.
Roby Comanducci
Line up: Mirka Rantanen - drums. Guests: Jarkko Ahola, Rick Altzi (Masterplan), Kimmo Blom (Leverage), Johnny Gioeli (Hardline), Marco Hietala (ex-Nightwish), Erik Kraemer (Simulacrum), Mark Quee, Antti Railio, Pasi Rantanen (Thunderstone), Elize Ryd (Amaranthe), Tommi "Tuple" (Salmela), Riku Turunen, Danny Vaughnn (Tyketto)
Tracklist: The Beat (feat. Riku Turunen), Desperate Cry (feat. Johnny Gioeli), Sherif of Ghost Town (feat. Marco Hietala), Never (feat. Kimmo Blom), In times of despair (feat. Elize Ryd), Crossoroads (feat. Pasi Rantanen), Caught in the middle (feat. Danny Vaughn), Plywood covered windows and crappy shoes (feat. Antti Railio), Edge of love (feat. Rick Altzi), Set me free (feat. Jarkko Ahola), Everafter (feat. Tommi "tuple" Salmela), No reason (feat. Marc Quee), Tears of the clown (feat. Erik Kraemer), Burning (bonus track)
Gran disco e di ottima qualità quello uscito per questo progetto, ideato dal veterano della batteria finlandese Mirka Rantanen (King Company). E’ corretto parlare di disco solista? Forse no a mio modo di vedere, la sua idea è stata di celebrare il suo 50° compleanno con un disco che ospitasse un vasto parterre di amici musicisti (e che parterre…) per realizzare un disco che oscilli tra l’hard’n heavy di ottantiana memoria e qualche digressione più “radio friendly” ad aggiungere melodicità e orecchiabilità all’insieme. La mia impressione è che il disco goda di una buona amalgama e appaia evidentemente una ben riuscita sintesi delle numerose esperienze portate dai contributori a questo lavoro (parliamo di nomi con trascorsi in band come Nightwish, Masterplan, Hardline, Tyketto…). Forse che il difetto possa essere il non essere mai usciti troppo dai binari dei classici del genere? Forse sì, in parte. Il materiale di ottima qualità in queste tracce abbonda. L’attacco è deciso e le prime song sono tra le più grintose del disco, su tutte spicca l’opener “The Beat”, in questa parte quindi spiccano i tempi quadrati e il riffing potente, seguito da diverse canzoni, forse la più intensa è “In times of despair” con la splendida voce di Elize Ryd degli Amaranthe. Il disco procede quindi con una serie di song che richiama l’Hard anni ’80 più epico e d’atmosfera, riprendendo alcune strutture che apprezzavamo su gruppi di altissimo successo come i Whitesnake (richiamo forte in “Crossroads”). Verso il finale troviamo un notevole spunto con “Set me free” che torna a essere una song d’impatto e veloce, prima del finale più d’atmosfera e che culmina con “Tears of the clown”. Il commento che si può fare a un disco di questo tipo è multisfaccettato. Da un lato ogni song è molto curata, si vede o meglio sente un ottimo lavoro in fase di produzione ed esecuzione certamente frutto dell’esperienza di chi lo ha realizzato. Non si può neppure parlare di un disco che non goda di un buon afflato complessivo, perché si dimostra un progetto compatto e che non delude. Certo, appare anche chiaro che non ci sono davvero spunti innovativi: abbiamo qui pezzi di grande hard rock e il lavoro anche compositivo è stato perfettamente svolto, ma non si può negare che più spesso che no, si resti sul sicuro andando a ricalcare riff e strutture di composizione note. Il lavoro di realizzazione del disco ha perfettamente compiuto l’operazione di creare un insieme credibile e una struttura generale valida: questo è però anche il limite di questo lavoro. A una serie di grandi pezzi infatti, non corrisponde alcuna formazione, non può seguire, quindi, una concezione del futuro di una band e un qualsivoglia sviluppo, ed è questo per me un limite nel momento in cui, ancora e fieramente oggi, la dimensione di una band è principalmente quella live, come sempre è stato. Cosa rimane perciò? Un disco che comunque merita attenzione, con molte ottime canzoni da ascoltare e l’ottimo lavoro di chi lo ha realizzato, tuttavia, manca quello che potrebbe portare un lavoro così ben realizzato ad essere un grande disco, un insieme di band che possa svilupparlo e suonarlo live in futuro. Resta un disco di cui è consigliato l’ascolto per i molti pregi indicati.
Nikki
Line-up: Dee Snider – vocals, Charlie Bellmore – guitars, Nick Petrino – guitars, Russell Pzütto – bass, Nick Bellmore – drums
I Gotta Rock (Again), All Or Nothing More, Down But Never Out, Before I Go, Open Season, Silent Battles, Crying For You Life, In For The Kill, Time To Choose (feat. George “Corpsegrinder” Fisher / Cannibal Corpse), S.H.E, The Reckoning, Stand
Come lui nessuno mai, o quasi. Si può considerare questo arzillo ed in formissima sessantaseienne come una delle ultime icone viventi del movimento hard'n'heavy mondiale. Il leader e singer delle “Sorelle Svitate” (ma anche di tanti altri progetti solisti e side project band quali Desperado, Widowmaker) iniziò nel lontano 1975 a calcare i palchi di tutto il mondo e ben presto, con i Twisted appunto, si impose in tutto il globo come uno dei frontman più apprezzati, rispettati e validi di sempre. Ci aveva lasciato poco prima del periodo covid con l'album “For The Love of Metal” e poi, con mia immensa sorpresa, eccolo ricomparire con questo fiammante ed ultimo full lenght album, “Leave a Scar”. Mi sono quindi precipitato all'ascolto delle dodici tracce presenti forte dell'adrenalina ancora in corpo che mi aveva preso all'ascolto del video single “I Gotta Rock (Again) e ritrovo proprio la suddetta song come opener del disco; un autentica anthem song, potente, ruvida, un'arena song che sarà la gioia dei fans del lungocrinito e biondo vocalist nelle prossime esibizioni dal vivo. L'album, quindi parte in 'pompa magna' con l'opener track e poi prosegue su binari molto heavy oriented; il sound è grezzo, i due chitarristi cesellano riff che sono autentici pugni nello stomaco, la saturazione del suono e la corposità delle tracce è assai pesante mantenendo sempre, però, un arrangiamento che si ancora sempre all'hard rock anche se, in molte tracce, si potrebbe tranquillamente parlare di heavy sound -a tratti quasi speed- come la potente e Motorheadiana “Time To Choose” featuring George “Corpsegrinder” Fisher dei Cannibal Corpse alla seconda voce solista. Se invece volete ascoltare echi dei Twisted Sister selezionate sul vostro lettore cd “Crying For You Life” ma attenzione, il qui presente “Leave a Scar” vive di luce propria e ha un suo ben definito stile; piace molto la corposità del sound e l'accostamento di un arrangiamento moderno e assolutamente aggressivo che non lascia scampo ai padiglioni oculari dell'ascoltatore. Altra traccia da cardiopalma è l'up tempo “The Reckoning”. Unico neo di questo full lenght album è che nella sua totalità non pecca un poco per originalità compositiva o meglio, ci sono le song menzionate che da sole potrebbero valere l'acquisto del disco ma in alcune tracce manca qualcosa, sono più anonime anche se non lesinano per potenza e adrenalina, ed è un peccato perché, altrimenti, si poteva dare un voto altissimo (un 5 su 5) al buon Snider. In ogni caso, lunga vita a questo artista che ancora oggi ci delizia con la sua ugola che sembra non sentire il passare del tempo.
Roby Comanducci
Line-up: Richard Andermyr – vocals, guitars, Jan Johansson - drums, Jonas Melin - bass, Tobias Jakobsson – lead guitar
Tracklist: Stop, In The Dark, Where Do We Run, Twenty-Three, For Your Heart, We Belong, My Ocean, Body And Soul, The Passenger, Stranger To Me, Your Beauty
Amici del Cathouse, allacciate le cinture che vi portiamo a fare un giro (di nuovo) nel Mar Baltico. Oggi, precisamente, approdiamo a Stoccolma in Svezia coi Rian. I Rian da subito dimostrano una passione per gli anni Ottanta, infatti in “Twenty Three” é possibile ascoltare influenze di Bon Jovi, Dokken, Europe, Winger e White Lion. L’album è orecchiabile e scorrevole oltre ad essere un piacere ascoltarlo. “Twenty-Three” si apre con il primo singolo: “Stop” una canzone con un ritornello in grado di rimanerti in testa come un tormentone estivo passando poi per ballad e semi- ballad, come “Your Heart”, “My Ocean” dall’intro con le onde del mare e “The Passegger”. Twenty-Three è prodotto dal pluri-strumentista Daniel Flores ed è la seconda uscita discografica dopo “Out Of Darkness” nel 2017. Nel complesso questo nuovo full lenght album merita un ascolto, è un album davvero piacevole in grado di farti sognare il “Sunset Strip” degli anni d’oro, quello che per chi ha la passione per il genere sognerebbe di vivere o (ri) vivere almeno una volta. Non mi resta che augurarvi un buon ascolto, e stay rock!
LaGlo
