Katia
LIVE REPORT : ERIC STECKEL @ Spazio Teatro 89 (MILANO) 28/09/2026
LIVE REPORT : ERIC STECKEL @ SPAZIO TEATRO 89 (MILANO) 28/09/2026
testo e foto by: Katia D'Amato
Eric Steckel a Milano: la consacrazione del Blues Power allo Spazio Teatro 89. C’erano tutti gli ingredienti per una di quelle sere che ci ricordano perché amiamo la musica dal vivo. Nonostante lo spostamento dell'ultimo minuto dal Legend Club allo Spazio Teatro 89, il pubblico milanese ha risposto presente all'appello di Eric Steckel, e ciò a cui abbiamo assistito il 28 settembre non è stato un semplice concerto: è stata una vera e propria lezione di elettricità, attitudine e devozione alla 6 corde. Per chi non conoscesse Eric Steckel ancora a fondo vi dico che è considerato il prodigio del "Blues Metal" , non è un chitarrista qualunque ma è un vero e proprio enfant prodige, infatti ha iniziato a calcare i palchi da giovanissimo: a soli 12 anni ha inciso il suo primo album dal vivo e poco dopo è stato "benedetto" e portato in tour da una leggenda assoluta come John Mayall nei suoi Bluesbreakers. Oggi, con oltre vent'anni di carriera sulle spalle nonostante la giovane età, Eric è il pioniere di un genere che lui stesso definisce "Blues Metal": un ponte infuocato tra la sensibilità del blues tradizionale e la potenza d'urto, il gain e i volumi devastanti del rock duro e dell'heavy metal. Quello a cui abbiamo assistito sul palco dello Spazio Teatro 89 è stato uno show di fuoco e fiamme... Steckel ha messo subito le cose in chiaro: niente basi, niente scorciatoie, solo amplificatori valvolari tirati a lucido, dinamica pura e un feeling virtuoso da far tremare le pareti. I suoi assoli non sono solo sfoggio di tecnica millimetrica, ma veri e propri dialoghi con il pubblico, sorretti da una sezione ritmica rocciosa e da una voce graffiante e potente. Pezzi estratti dai suoi ultimi lavori tra cui spicca la rabbia espressiva di "Blues Power" e "Sandstorm" ovvero il suo nuovo album, hanno alternato momenti di pura carica esplosiva a lunghi, sofferti bending capaci di sospendere il tempo. L'atmosfera intima del teatro ha reso la resa sonora ancora più calda e avvolgente. Vedere le mani di Steckel volare sulla tastiera a pochi metri di distanza, mentre fonde il fraseggio di Stevie Ray Vaughan con l'impatto sonoro dei grandi nomi del rock anni '80, ha confermato quello che in molti già sospettavano: Eric Steckel non è solo il futuro del blues rock, ne è la consacrazione presente. Un live pazzesco, di quelli che ti lasciano con le orecchie che fischiano e il cuore a mille
SHAKRA
"Just Live Loud!"
(Frontiers Music s.r.l.)
release date: 04-09-26
genere: hard rock
voto: 9
Line up: Thom Blunier – lead guitars, Mark Fox – vocals, Thomas Muster – guitars, Cyril Montavon – bass, Roger Tanner – drums.
Tracklist: Let The Show Begin, Wasteland Warriors, Just Live Loud!, Left Outside Alone (Feat. Seraina Telli), Demon Of The Night, Legends Never Die, Lost Generation, When We Were Young, Another Day In The Universe, New Tattoo, High Above The Storm, Screaming Silence, Left Outside Alone (Solo Version).
Quando parliamo del rock più heavy della svizzera, il pensiero corre subito a loro: gli Shakra. I veterani svizzeri tornano sul mercato con il loro nuovo capitolo discografico intitolato Just Live Loud! Un lavoro che conferma nuovamente la caratura di questa band capace di mantenere accesa la fiamma dell'hard rock europeo. Il disco parte subito con il piede sull'acceleratore con brani come “Let The Show Begin” e “Wasteland Warriors” che chiariscono immediatamente le intenzioni: riff quadrati, sezione ritmica d'acciaio e la solita garanzia vocale offerta da Mark Fox. Fox ha registrato le parti vocali direttamente nel proprio studio casalingo durante un periodo di profonda introspezione personale, e questa urgenza espressiva si riflette chiaramente su tutta la scaletta. La title track “Just Live Loud!” è un vero e proprio inno da palcoscenico, pensato per far tremare i concerti della prossima stagione. In questo album troviamo una novità storica per la discografia degli Shakra, ovvero la loro primissima cover ufficiale in oltre trent'anni di carriera, e il primo vero duetto. Per l'occasione la band ha chiamato a raccolta la connazionale Seraina Telli e hanno scelto il brano “Left Outside Alone”, celebre successo pop firmato da Anastacia nel 2004. L'intreccio vocale tra la grinta graffiante di Fox e la carica espressiva di Seraina trasforma il pezzo originale in una bomba hard rock di rara potenza. La seconda metà del disco non cala di tensione, alternando brani dall'impatto frontale come “Demon Of The Night” e “Screaming Silence” a momenti più atmosferici e ragionati come “When We Were Young” e “Another Day In The Universe”. La produzione curata dal chitarrista Thom Blunier riesce a bilanciare la freschezza dei suoni moderni con l'impostazione analogica e ruvida che da sempre costituisce il marchio di fabbrica della formazione. In conclusione, Just Live Loud! si mostra un album maturo. Gli Shakra dimostrano di non aver perso un centimetro di grinta, firmando un lavoro che sa essere contemporaneamente un omaggio al proprio solido passato e un deciso passo in avanti nel circuito hard rock internazionale. Un ascolto obbligato per chiunque si nutra di riff potenti e melodie ad alto voltaggio.
Katia D'Amato
GRAND
“Guilty Pleasure”
(Frontiers Music s.r.l.)
release date: 21-08-26
genere: Aor
voto: 8
Line up: Mattias Olofsson – lead and backing vocals, Jakob Svensson – guitars and backing vocals, Maja Thorén – keyboards and backing vocals, Johannes Arvidsson – bass guitars, Axel Nilsson – drums and percussion.
Tracklist: Wild Heart, Guilty Pleasure, Have A Little Faith In Me, Coldhearted, Party Galore, Still So beautiful, I'm Ready, Undo, Amelie, Beggin', Love Me Or Leave Me.
“Guilty Pleasure” è il terzo album in studio dei Grand, band svedese nata nella periferia di Stoccolma e protagonista della nuova scena AOR scandinava. Un elemento particolarmente importante di questo terzo capitolo è l’evoluzione della formazione: i Grand sono passati dalla configurazione iniziale a un quintetto. La presenza di tastiere, sezione ritmica e cori all’interno della nuova formazione contribuisce a dare una completezza maggiore al sound. Il punto forte di ”Guilty Pleasure” è sicuramente la cura della produzione. Il sound dei Grand si fonda su un equilibrio abbastanza preciso… le tastiere non sono semplicemente un elemento di accompagnamento ma costruiscono l’atmosfera dei pezzi e contribuiscono a dare al disco quella dimensione “cinematografica” tipica dell’AOR. Le chitarre di Jakob Svensson, invece, mantengono il legame con il melodic rock, evitando generalmente di trasformare l’album in un disco hard rock tradizionale. Un altro elemento importante è sicuramente la voce di Mattias Olofsson, caratterizzata da un timbro giovanile che dona all’album un tocco espressivo, appassionato e diretto. L’album si apre con “Wild Heart”, una scelta atipica e anche un po’ azzardata, ma vincente: un brano dai toni più morbidi e romantici. Si passa poi alla title track “Guilty Pleasure” che cambia immediatamente atmosfera. È più leggera, diretta e pop-oriented, con un ritornello costruito per essere ricordato al primo ascolto. Ma ci sono due pezzi in particolare che mi hanno colpita: “Still So Beautiful” con il suo fantastico assolo di sax e “Amelie” per il suo significato profondo che tocca tematiche anche attuali. “Guilty Pleasure” può essere considerato un album che non cerca di reinventare le regole dell’AOR, ma di giocare con esse nel modo più efficace possibile. Il suo punto di forza è la coerenza: dall’inizio alla fine il disco sa esattamente cosa vuole essere: grandi melodie, tastiere, chitarre morbide ma definite, cori e atmosfere romantiche costituiscono un’identità ben precisa. In sintesi è un disco che guarda apertamente agli anni Ottanta, ma lo fa con una produzione moderna e con una sensibilità melodica tipicamente scandinava.
Katia D'Amato
EUROPE
“Come this Madness”
(Silver Lining Music)
release date: 25-09-26
genere: hard rock
voto: 9
Line up: Joey Tempest - lead vocals, John Norum - guitars, John Levén - bass, Mic Michaeli - keyboards, Ian Haugland – drums.
Tracklist: One on One, The Cult of Ignorance, Come This Madness, This Time of Year, In a Different World, Scandinavian Eyes, Takin' It Back, In the Absence of Grace, The Angels Must Have Flown, The Devil's Back, Nothing Can Follow This.
A quarant’anni da “The Final Countdown”, gli Europe arrivano al loro dodicesimo album in studio con “Come This Madness”, primo release di inediti a ben nove anni di distanza dal precedente “Walk the Heart”. Un disco che sembra voler chiarire una cosa fin dalle prime battute: la band svedese non ha alcuna intenzione di limitarsi a celebrare il proprio passato. In questo album gli Europe sono riusciti a bilanciare la loro maturità sonora, in cui la matrice classic rock degli anni settanta sfuma in un suono potente scuro e profondo. Il primo elemento che colpisce è l’equilibrio tra riff robusti, grandi melodie e aperture atmosferiche. John Norum ha uno spazio importante e i suoi assoli rappresentano uno dei punti di forza del disco. Le tastiere di Mic Michaeli continuano a essere fondamentali per la costruzione del loro sound, che spazia tra imponenti arrangiamenti orchestrali fino a sonorità progressive. La voce di Joey Tempest è sempre posata, espressiva e forte di un'emotività cresciuta negli anni, capace di reggere ritornelli di grande impatto e di calarsi in liriche meno legate all'evasione del passato e più attente alle tensioni del mondo contemporaneo. In questo disco, la collaborazione con Tobias Forge (Ghost) e Mikael Åkerfeldt (Opeth) ha destato molta curiosità. I due musicisti svedesi intervengono come ospiti speciali principalmente nella parte conclusiva e più atmosferica del disco. Brani come “The Cult of Ignorance” e “Come This Madness” guardano alla società contemporanea, alla disinformazione, alla polarizzazione e alla difficoltà di orientarsi in un mondo sempre più rumoroso. Non è quindi un disco costruito soltanto sulla nostalgia degli anni Ottanta. Gli Europe utilizzano la propria esperienza per parlare del presente. Tra i brani già presentati c’è “Scandinavian Eyes”, terzo singolo dell’album. Il pezzo mette in evidenza il lato più epico della band, con un ruolo particolarmente importante per John Norum grazie a riff più duri e assoli più estesi rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare da una produzione rock contemporanea. Inoltre si distingue per le sue evidenti atmosfere vicine al sound dei Deep Purple. “This Time of Year” rappresenta uno dei momenti più intimi dell’album, con piano, atmosfera malinconica e una dimensione più emotiva. È proprio questa alternanza fra aggressività e momenti più riflessivi a impedire all’album di diventare monotono. “Come This Madness” si presenta come un disco nel quale convivono melodia, hard rock, atmosfere epiche, riff pesanti e riflessioni sul presente. La vera forza del progetto sembra essere proprio questa: gli Europe possono permettersi di guardarsi indietro, ma scelgono di guardare anche davanti a loro. È un disco di una band che porta con sé oltre quarant’anni di storia e prova ancora a trasformarli in musica nuova. E, soprattutto, sembra voler ricordare che gli Europe non sono soltanto la band di una canzone del 1986: sono ancora una band capace di scrivere, suonare e rischiare.
Katia D'Amato
SMOKING SNAKES
“All Lights On”
(Frontiers Music s.r.l.)
release: 10 – 07 - 26
genere: sleaze metal
voto: 7,8
REVIEW + SHORT INTERVIEW
Line up: Brett Martin – lead vocals, rhythm guitar, Andy Delarge – bass, Mackey Gee – drums, Rob Raw – lead guitar.
Tracklist: 103.1 The Scream - The 80's Late Night Radio Broadcast, Don't Touch, Trick Or Treat, All I Need, Look In Your Eyes, Last Man Standing, Screaming For More, Broken Heart, Nasty & Wild, Turn On The Lights, Pleasure & Pain, The Last Nightmare
Provenienti dal fertile terreno rock di Göteborg, in Svezia, gli Smoking Snakes si muovono con disinvoltura tra le coordinate dello sleaze metal e dell'hard rock di stampo ottantiano. Con un sound che unisce la spavalderia d'acciaio di band storiche come Mötley Crüe e Ratt all'energia stradaiola dei conterranei Hardcore Superstar e Crashdïet, il quartetto svedese ha fatto della dimensione live il proprio habitat naturale. Dopo aver attirato l'attenzione di pubblico e critica nel 2024 con il fulminante debutto “Danger Zone”, la band ha continuato a macinare chilometri sui palchi europei, affilando le armi per questo atteso ritorno. Sotto la sapiente produzione di Jack Stroem e la firma di Frontiers Music Srl, gli Smoking Snakes si ripresentano oggi con una formula ancora più coesa, dove l'attitudine punk e i grandi cori da stadio si fondono per tenere alta la bandiera del rock più sfacciato e viscerale. I fan italiani hanno ancora stampato negli occhi il devastante set della band all'ultimo Frontiers Rock Festival, tenutosi a inizio maggio al Live Music Club di Trezzo sull'Adda. Inseriti nella line-up praticamente all'ultimo minuto a causa di improvvisi cambi di cartellone del festival, gli Smoking Snakes non si sono fatti pregare. Sono saliti sul palco della terza giornata con la fame di chi deve spaccare tutto, trasformando un'aggiunta dell'ultimo secondo in uno dei momenti più energici e memorabili dell'intero festival, confermando che la loro vera forza risiede proprio nell'impatto live.
Per non farci mancare niente abbiamo anche deciso di fare un paio di domande a Andy Delarge: Com'è stato suonare al Frontiers Festival? “Era un mix di emozioni, davvero. Prima di tutto, sorpresa. Abbiamo ricevuto la chiamata pochi giorni prima del festival per sostituire un'altra band. È stata un'opportunità incredibile, ma allo stesso tempo è stato un peccato perché erano una band che rispettiamo e apprezziamo molto. Non vuoi mai avere un'opportunità perché qualcun altro si è infortunato o si è ammalato. Poi arrivò l'eccitazione. Era la nostra prima volta in Italia e la prima volta che suonavamo al Frontiers Festival, uno di quei festival che sognavamo da tempo. E infine, la pura felicità. Abbiamo avuto modo di incontrare tantissime persone che ascoltavano la nostra musica da anni, ma che non avevamo mai avuto la possibilità di incontrare di persona. Condividere il palco con artisti come John Corabi, Nelson e Stryper è stato surreale. Abbiamo anche incontrato molti musicisti straordinari in hotel e, onestamente, una delle parti migliori è stata uscire e festeggiare insieme dopo lo spettacolo. Questi sono i tipi di ricordi che porti con te per sempre. Non è stato solo un altro concerto — è stata un'esperienza che non dimenticheremo mai.”
Come è nato questo album? “L'album è nato in modo del tutto naturale. Dopo aver pubblicato “Danger Zone”, abbiamo subito iniziato a lavorare su “All Lights On”, perché avevamo un'idea molto più chiara della direzione musicale che volevamo prendere. Non volevamo ripetere la stessa formula. Volevamo invece sembrare un po' diversi ed esplorare nuove idee. Abbiamo trascorso quasi un anno a scrivere le canzoni e poi circa quattro mesi in studio a registrarle. Durante tutto il processo, il nostro obiettivo era semplice: scrivere canzoni che le persone si divertissero ad ascoltare. Grandi ritornelli, riff memorabili e il tipo di musica che ti fa venire voglia di alzare il volume e cantare insieme. Fondamentalmente, volevamo solo che la gente si divertisse. Brett e io avevamo una visione molto chiara di come volevamo che suonasse l'album, e penso che sia questo che dà personalità ad “All Lights On”. Ci siamo sfidati a scrivere canzoni migliori senza perdere l'energia grezza che caratterizza Smoking Snakes. Alla fine, sentiamo che questo album rappresenta chi siamo nel migliore dei modi. Non abbiamo mai cercato di seguire le tendenze o di scrivere ciò che pensavamo la gente volesse sentirsi dire. Abbiamo semplicemente scritto il tipo di album che ci piacerebbe ascoltare noi stessi. Penso che sia per questo che sembra così onesto.” E ha anche aggiunto: “Una cosa che la gente spesso ci chiede è da dove deriva il nome Smoking Snakes. In realtà è ispirato al corpo di spedizione brasiliano durante la seconda guerra mondiale, i cui soldati divennero noti come i "serpenti fumanti". Il nome deriva dal vecchio detto: "È più probabile che un serpente fumi che il Brasile vada in guerra" Quando il Brasile entrò in guerra, i soldati abbracciarono la frase come simbolo di determinazione e resilienza. Abbiamo pensato che fosse una storia potente e un nome che catturasse perfettamente l'atteggiamento che volevamo che la band avesse.”
Katia D'Amato
english translation
English translation: Hailing from the fertile rock terrain of Gothenburg, Sweden, Smoking Snakes move effortlessly between the coordinates of sleaze metal and Octantian-style hard rock. With a sound that combines the steely swagger of historic bands like Mötley Crüe and Ratt with the street energy of fellow Swedish bands Hardcore Superstar and Crashdïet, the Swedish quartet has made the live dimension their natural habitat. After attracting critical and public attention in 2024 with their blistering debut “Danger Zone”, the band continued to rack up miles on European stages, sharpening their weapons for this long-awaited return. Under the skilful production of Jack Stroem and the signature of Frontiers Music Srl, the Smoking Snakes return today with an even more cohesive formula, where punk attitude and big stadium chants merge to hold aloft the flag of the most brazen and visceral rock. Italian fans still have the band's devastating set in their eyes at the latest Frontiers Rock Festival, held in early May at the Live Music Club in Trezzo sull'Adda. Having been added to the lineup practically at the last minute due to sudden changes in the label's lineup, the Smoking Snakes were not asked to pray. They took to the stage on day three hungry for those who have to smash everything, turning a last-second addition into one of the most energetic and memorable moments of the entire festival, confirming that their true strength lies precisely in their live impact. To make sure we didn't miss anything, we also decided to ask Andy Delarge a couple of questions: What was it like playing at the Frontiers Festival? “It was a mix of emotions, really. First of all, surprise. We got the call just a few days before the festival to replace another band. It was an incredible opportunity, but at the same time it was unfortunate because they were a band we really respect and enjoy. You never want to get an opportunity because someone else got injured or sick. Then came the excitement. It was our first time in Italy and our first time playing Frontiers Festival, which is one of those festivals we've dreamed about for a long time. And finally, pure happiness. We got to meet so many people who had been listening to our music for years but whom we'd never had the chance to meet in person. Sharing the stage with artists like John Corabi, Nelson and Stryper was surreal. We also met a lot of amazing musicians at the hotel, and honestly, one of the best parts was hanging out and partying together after the show. Those are the kinds of memories you carry with you forever. It wasn't just another gig—it was an experience we'll never forget.” How did this album come about? The album came together quite naturally. After releasing Danger Zone, we immediately started working on All Lights On, because we had a much clearer idea of the musical direction we wanted to take. We didn't want to repeat the same formula. Instead, we wanted to sound a little different and explore new ideas. We spent almost a year writing the songs and then around four months in the studio recording them. Throughout the whole process, our goal was simple: to write songs that people would have fun listening to. Big choruses, memorable riffs, and the kind of music that makes you want to turn the volume up and sing along. Basically, we just wanted people to have fun. Brett and I had a very clear vision of how we wanted the album to sound, and I think that's what gives All Lights On its personality. We challenged ourselves to write better songs without losing the raw energy that defines Smoking Snakes. In the end, we feel this album represents who we are much better than ever before. We never tried to chase trends or write what we thought people wanted to hear. We simply wrote the kind of album we would love to listen to ourselves. I think that's why it feels so honest.” And he also said: “One thing people often ask us is where the name Smoking Snakes comes from. It's actually inspired by the Brazilian Expeditionary Force in World War II, whose soldiers became known as the "Smoking Snakes." The name comes from the old saying, "It's more likely for a snake to smoke than for Brazil to go to war." When Brazil did join the war, the soldiers embraced the phrase as a symbol of determination and resilience. We thought it was a powerful story and a name that perfectly captured the attitude we wanted the band to have.”
