Sofy
LIVE REPORT: SPREAD EAGLE @ McRYAN’S DI MONCALIERI 04/09/2026
LIVE REPORT: SPREAD EAGLE @ McRYAN’S DI MONCALIERI 04/09/2026
testo e foto by: Sofya Simone
Lo streetmetal di New York conquista la serata
Una serata all’insegna dell’hard rock più ruvido e viscerale quella andata in scena venerdì 4 settembre al McRyan’s di Moncalieri, dove gli americani Spread Eagle hanno fatto tappa con il loro The Brutal Divine Tour 2026. L’appuntamento torinese rappresentava la data italiana del tour europeo della band newyorkese, nonché la prima data in Italia della loro carriera. Ad aprire il concerto sono stati i TinkerToyz, giovane formazione proveniente da Milano, chiamata a scaldare il pubblico prima dell’arrivo degli headliner americani. Una scelta coerente con lo spirito della serata: una formazione giovane, fortemente legata alle sonorità hard rock e sleaze, prima di lasciare il palco a una band che di quella stessa attitudine ha fatto una delle proprie caratteristiche distintive. Quando tocca agli Spread Eagle, il’McRyan’s diventa il punto d’incontro fra due epoche del rock americano. Nati a New York alla fine degli anni Ottanta, gli Spread Eagle hanno costruito la propria reputazione attraverso una miscela esplosiva di hard rock, heavy metal, sleaze e streetmetal, caratterizzata da riff pesanti, groove serrati e un’attitudine decisamente urbana. Il loro debutto omonimo del 1990 rimane il punto di riferimento imprescindibile della carriera, grazie anche a brani come “Switchblade Serenade”, mentre il successivo “Open to the Public” del 1993 ha consolidato la loro identità. A Moncalieri, però, il passato non è l’unico elemento al centro dello spettacolo. Il concerto arriva pochi mesi dopo la pubblicazione di “The Brutal Divine”, il quarto album in studio degli Spread Eagle, pubblicato il 12 giugno 2026 da Frontiers Music Srl. Il disco rappresenta un nuovo capitolo nella storia della band e conserva l’aggressività degli esordi, affiancandola a una maggiore maturità compositiva. La formazione schierata sul palco del McRyan’s comprende Ray West alla voce, Gianmaria “Jommy” Puledda alla chitarra, Rob De Luca al basso e Rik De Luca alla batteria. È una line-up che restituisce pienamente l’identità della band: la voce graffiante di West al centro, la chitarra di Puledda a costruire il muro sonoro e la sezione ritmica dei fratelli De Luca a fornire il groove necessario a tenere insieme la componente più metal e quella più street del sound. Il concerto del 4 settembre ha rappresentato dunque un appuntamento particolarmente significativo per gli appassionati italiani dell’hard rock americano. Una serata costruita attorno a un genere che, nonostante gli anni trascorsi, continua a trovare nel circuito dei club il proprio habitat naturale. Gli Spread Eagle hanno portato a Moncalieri la propria miscela di streetmetal, hard rock e sleaze, inserendola nel contesto di un tour europeo dedicato a “The Brutal Divine”. Per chi era al McRyan’s, la serata ha rappresentato soprattutto l’occasione di vedere da vicino una band che appartiene alla storia dell’hard rock americano ma che, nel 2026, continua a guardare avanti. Spread Eagle, insomma, ancora in strada: vecchia scuola nell’attitudine, nuova linfa nelle canzoni e la stessa voglia di suonare forte.






SPREAD EAGLE
“The Brutal Divine”
(Frontiers Music s.r.l.)
release: 12-06-2026
genere: street metal
voto: 7.5
Line up: Ray West - lead vocals, Gianmaria “Jommy” Puledda - guitars and vocals, Rob De Luca - bass and vocals, Rik De Luca - drums
Tracklist: Flat Earth Vultures, Street Noise, Gunflower, Jail Rat, Forbidden Local Honey, Pushed To The Limit, Ant Farm, Scars In Our Eyes (City Kids), Inside A Shrunken Head, Makebeliever
Gli Spread Eagle sono tornati, e se qualcuno sperava in una svolta matura, riflessiva o acustica, farebbe meglio a girare al largo. Con “The Brutal Divine”, la band newyorkese dimostra che il passare degli anni non ha minimamente scalfito quella rabbia metallica e l’attitude urbana che li aveva resi un piccolo oggetto di culto nei primi anni '90. Questo è un album che fa esattamente ciò che promette: colpisce duro. The Brutal Divine è un disco "viscerale e sporco". Gli Spread Eagle non cercano la modernità a tutti i costi, ma preferiscono raddoppiare la scommessa sul loro marchio di fabbrica: quell'ibrido tra lo sleaze metal più pesante e il thrash straccione della East Coast. La voce di Ray West è l'autentica colonna portante dell'album, capace di graffiare l'asfalto oggi esattamente come trent'anni fa, il suo timbro infonde a ogni traccia una minaccia costante. Il drumming di Rik De Luca (e la sua direzione) tiene insieme i pezzi con una sezione ritmica che è una vera e propria macchina da guerra. La produzione è secca, priva di fronzoli digitali, focalizzata sulla pura potenza d'impatto. I riff di Jommy Puledda sono distorti e decisi. Non c'è spazio per le power ballad qui. Quest’album è una tempesta di riff implacabile. Gli Spread Eagle hanno preso il lato più oscuro di New York e l'hanno infilato in un amplificatore al massimo del volume. La band ha pianificato di portare questa scarica di adrenalina direttamente sui palchi con il “The Brutal Divine Tour 2026”. I concerti sono partiti già in primavera negli Stati Uniti e proseguiranno durante l'estate e l'autunno toccando anche l'Europa e il Regno Unito. Un'occasione d'oro per vedere come queste nuove tracce, così fisiche e stradali, sappiano infiammare la dimensione live. Per concludere “The Brutal Divine” è un album crudo, fiero e sfacciato. È la colonna sonora ideale per un viaggio in una metropoli degradata e non fa prigionieri. Non rivoluzionerà il genere, ma per i puristi del rock duro e puro è una scarica di adrenalina. I re dello street metal più pesante sono tornati, e hanno ancora i denti affilati.
Sofya
LYNCH MOB
“The Final Ride (Live)”
(Frontiers Music s.r.l.)
release date: 29 – 05 – 2026
genere: class metal
voto: 7
Line up: George Lynch - guitars, Gabriel Colon - vocals, Jaron Gulino - bass, Jimmy D’Anda – drums.
Tracklist: Lightning Strikes Again, River Of Love, No Good, Caught Up, Hell Child, Let The Music Be Your Master, Time After Time, Paris Is Burning, Rain, Street Fighting Man, It's Not Love, Wicked Sensation.
Il sipario cala ufficialmente sulla gloriosa epopea dei Lynch Mob con "The Final Ride (Live)", pubblicato tramite Frontiers Music. Registrato al The Guild Theater di Menlo Park, in California, durante il tour del 2024, questo album si propone come l’ultimo, energico testamento live della creatura guidata dal leggendario chitarrista George Lynch. Così come gli album precedenti della band, anche quest’ultimo brilla innanzitutto per la devastante forma tecnica del suo leader. George Lynch è un titano assoluto: il suo timbro inconfondibile, i riff affilati e gli assoli fulminanti dominano la scena dall'inizio alla fine; supportato da una sezione ritmica d'acciaio composta da Jaron Gulino e Jimmy D'Anda. La scaletta è una vera e propria celebrazione che pesca a piene mani dal repertorio storico, regalando gemme dei Dokken come “Lightning Strikes Again” e “Paris Is Burning”, fino a tracce iconiche come “Wicked Sensation”. La produzione, affidata a Chuck Alkazian, è eccellente, mantenendo intatta la carica grezza e l'urgenza di uno show dal vivo. Il frontman Gabriel Colon è indubbiamente un cantante solido, dotato di grande estensione e di un'attitudine marcatamente metal. Tuttavia, confrontarsi con l'eredità di vocalist storici non è un compito semplice. Se da un lato Colon se la cava egregiamente sui pezzi più pesanti, dall'altro fatica a replicare quel feeling squisitamente hard rock e quel calore bluesy che caratterizzavano i vecchi classici della band. Non fa assolutamente un brutto lavoro, sia chiaro, ma a tratti il suo stile risulta un po' distante dal mood originale dei brani. "The Final Ride" resta un documento storico godibile e un acquisto obbligato per i fan. Un'ottima scarica di energia power-rock che celebra degnamente una carriera straordinaria.
Sofya
CONFESS
“Metalmorphosis”
(Frontiers Music s.r.l.)
release date: 15 – 05 – 2026
genere: sleaze metal
voto: 7.8
Line up: John Elliot - vocals, Ludwig Nordlander - guitars, Asser Hakala - guitars, Lucky - bass, Samuel Samael - drums.
Tracklist: Colorvision, The Warriors, Wicked Temptations, Metalmorphosis, Beat Of My Heart, Pursuit Of The Jenny Haniver, The Other Side, Running To My Death, Plague Of Steel, Silverman.
I Confess, alfieri dello Sleaze Metal svedese nati a Stoccolma nel 2008, tornano finalmente sulla scena musicale dopo sei anni di silenzio. La band è guidata da John Elliot, un frontman carismatico che i fan dei Crashdïet conoscono bene. Nonostante i cambi di line-up e la pandemia, i Confess sono riusciti a creare un nuovo album che rappresenta il punto più alto della loro carriera in termini di scrittura e dinamismo. Il genere proposto è un potente Sleaze Metal ma che non dimentica mai la melodia, e che in questo nuovo album appare più robusto e moderno. Se dovessimo fare dei paragoni, i Confess si muovono agilmente tra l'attitudine sporca degli storici Shotgun Messiah e la professionalità delle band contemporanee come gli Eclipse. Non a caso l’album è stato prodotto da Erik Mårtensson, che ha dato alle tracce una pulizia sonora e una potenza di fuoco impressionanti, elevando la band oltre i confini del genere di nicchia. Entrando nel merito delle canzoni l'album si apre con l'energia esplosiva di “Colorvision” e “The Warriors", che chiariscono subito l'intento della band: riff pesanti e ritornelli pensati per le arene. La vera punta di diamante è però la title-track “Metalmorphosis", un brano strutturato e coraggioso che parte con un arpeggio melodico per poi esplodere in una progressione travolgente. Anche il primo singolo “Wicked Temptations” è molto convincente, un classico inno sleaze che sprizza adrenalina e sicurezza da ogni nota. Nel complesso, l'album scorre tra momenti più oscuri e riff taglienti come in “Plague Of Steel", fino a tracce più orecchiabili e dirette come “Beat Of My Heart". “Metalmorphosis” è sì un ritorno, ma che spinge i Confess ai vertici della scena Hard Rock contemporanea, regalando ai fan un lavoro maturo, compatto e privo di punti deboli. I Confess hanno fatto un ottimo lavoro e sono pronti a tornare sulla scena musicale con un album che sicuramente piacerà ai fan del genere. Noi fan italiani non vediamo l’ora di vederli live on stage al frontiers festival!
Sofya
LIVE REPORT: AIRBOURNE + Asomvel @ ALCATRAZ (Mi) - 14 Marzo 2026
LIVE REPORT: AIRBOURNE @ ALCATRAZ - 14 Marzo 2026
report: Sofya D'Amato
photo: Katia D'amato
si ringrazia: MC2live

Sabato sera 14 marzo a Milano ci siamo ricordati quanto sia ancora vivo l'hard rock mondiale. Il pubblico era numeroso e pronto per la grande occasione, gli Airbourne sono saliti sul palco dell'Alcatraz e hanno tirato dritto per due ore: solo sudore, volumi folli e un'energia che ha travolto tutto il locale. La serata si è aperta sotto il segno del "motor-punk" viscerale degli inglesi Asomvel. Il quartetto ha martellato l’audience per quarantacinque minuti con un set sporco e pesantemente influenzato dall’eredità dei Motörhead. Un’apertura che ha acquisito un valore emotivo particolare quando la band ha interrotto la musica per rendere omaggio a Phil Campbell, scomparso il giorno stesso. Un tributo sincero a un amico e mentore che ha preparato il terreno per la generazione successiva. Quando le luci si sono spente e gli Airbourne sono saliti sul palco, l'energia nell'aria era elettrica. Hanno iniziato con il nuovo singolo, “Gutsy", brano che anticipa l’uscita del nuovo album, confermato dallo stesso Joel, e prevista per l'estate 2026. Il cuore dello spettacolo è stato, come sempre, l'energia e l'imprevedibilità di Joel, che durante “Raise The Flag", ha fatto il suo solito rituale: è sceso tra la folla sulle spalle di un addetto alla sicurezza e ha attraversato tutto il parterre dell'Alcatraz senza mai smettere di suonare, per poi concludere la cavalcata aprendo a testate una lattina di birra tra il boato dei fan. È stato un momento di pura celebrazione rock'n'roll, seguito da un altro omaggio a Phil Campbell, ricordando i tour passati insieme ai Motörhead. La scaletta è stata un mix perfetto tra passato e presente. Dai classici come “Too Much, Too Young, Too Fast” e “Diamond In The Rough”, fino alla doppietta finale composta da “Ready To Rock” e la travolgente “Runnin' Wild”, la band non ha concesso un attimo di tregua. Ryan O'Keeffe ha picchiato duro per tutto il set, dando il ritmo a un live che non ha mai scalato marcia. Uscire dall'Alcatraz con le orecchie che fischiano e i vestiti da buttare in lavatrice è il segno che gli Airbourne hanno fatto centro ancora una volta. Non c’è stata nessuna pretesa di inventare qualcosa di nuovo, solo la voglia di onorare un genere che si nutre di contatto fisico e volumi al limite della sopportazione.



English translation:
Last Saturday night in Milan reminded us how much world hard rock is still alive and well. The crowd was large and ready for the big occasion, Airbourne took the stage at Alcatraz and went straight for two hours: just sweat, crazy volumes and an energy that overwhelmed the entire venue. The evening opened under the sign of the visceral "motor-punk" of the English Asomvel. The quartet hammered the audience for forty-five minutes with a dirty set heavily influenced by Motörhead's legacy. An opening that acquired a particular emotional value when the band interrupted music to pay tribute to Phil Campbell, who passed away the same day. A sincere tribute to a friend and mentor who set the stage for the next generation. When the lights went out and Airbourne took the stage, the energy in the air was electric. They started with the new single, “Gutsy", a song that previews the release of the new album, confirmed by Joel himself, and scheduled for summer 2026. The heart of the show, as always, was Joel's energy and unpredictability. During “Raise The Flag”, he performed his usual ritual: he descended into the crowd on the shoulders of a security guard and walked across the Alcatraz parterre without stopping playing. He then concluded his ride by headbutting a can of beer to the roar of the fans. It was a moment of pure rock 'n' roll celebration, followed by another tribute to Phil Campbell, recalling past tours with Motörhead. The setlist was a perfect mix of past and present. From classics like “Too Much, Too Young, Too Fast” and “Diamond In The Rough”, to the final double of “Ready To Rock” and the rousing “Runnin' Wild”, the band gave no respite. Ryan O'Keeffe hit hard throughout the set, setting the pace for a live show that never really picked up speed. Leaving Alcatraz with ringing ears and clothes to throw in the washing machine is a sign that the Airbournes have hit the mark once again. There was no pretense of inventing anything new, only the desire to honor a genre that thrives on physical contact and volumes bordering on endurance
