Mag 17

 



Line up: Marc Labelle – vocals, John Notto – guitar, Justin Smolian – bass guitar, Corey Coverstone – drums

Tracklist: California Dreamin’, The Wire, Tied Up, Take My Hand, Gypsy, No Warning, The Morning, Another Last Time

Formatisi a Los Angeles nel 2017 i Dirty Honey vengono (a detta di alcuni) considerati la “risposta” ai bravi Greta Van Fleet. Due band con alcuni punti di “contatto”; la giovane età, il successo arrivato quasi immediatamente, il suono retrò e le matrici hard blues. Onestamente apprezzo entrambe le formazioni e credo possano convivere tranquillamente senza creare conflitti di alcun tipo. I qui presenti DH sono 'in giro' da solo tre anni ed anno un Ep alle spalle autoprodotto uscito nel 2019 e una miriade di concerti in lungo e in largo per il mondo di supporto ad artisti quali Alter Bridge, Guns n' Roses, Skillet e altri ancora. Il loro sound è un mix di potente hard rock e blues rock che prende a piene mani dagli anni settanta per il groove e strizza l'occhio agli ottanta per alcune parti più easy listening come la commerciale opener 'California Dreamin' (estratta anche come singolo, nda), senza disprezzare però alcuni suoni 'moderni' soprattutto nel guitar work. E per farvi ben capire quanto appena scritto ascoltatevi 'Take My Hand' che trasuda alternative rock di matrice fine nineteen ed inizio anni 'zero'; il suono saturo della sei corde e la corposità del brano come impatto rimembra qualcosa degli Audioslave, ovviamente con le dovute proporzioni. Se invece volete del sano hard 'n'roll bluesato e caricato ugualmente di adrenalina ascoltatevi 'Gypsy', oppure potete tornare a gustravi i seventies nelle brillanti 'No Warning' o 'Tied Up'. A differenza della band dei fratelli Kiszka i Losangeleni in questione di sicuro non scimmiottano Plant e soci ed hanno uno stile che, anche se simile, non disdegna certi (pochi) momenti dediti ad un rock più moderno. Non sarà il disco dell'anno ma sicuramente vale la pena averlo nella propria collezione.

Roby Comanducci

band info

 



Line-up: Robin McAuley – vocals, Andrea Seveso – guitars, Alessandro Del Vecchio - bass, keyboards, backing vocals, Nicholas Papapicco – drums, Howard Leese - guitars on “Supposed To Do Now”

Tracklist: Thy Will Be Done, Standing On The Edge, Late December, Do You Remember, Say Goodbye, Chosen Few, Run Away, Supposed To Do Now, Wanna Take A Ride, Like A Ghost, Running Out Of Time,

Lo ammetto, ero proprio curioso di vedere quello che il nostro arzillo sessantottenne fosse ancora in grado di fare. Di sicuro ero rincuorato dalle sue ultime prove in studio con l'eccelso progetto Black Swan (insieme a Reb Beach, Jeff pilson, Matt Starr) e tante altre collaborazioni tra cui l'onnipresente (nella sua carriera) Michael Shenker. L'Irlandese in questione è un autentico “mostro sacro” del panorama hard rock e melodic rock mondiale; tutti ci ricordiamo i suoi vocalizzi negli albums “Perfect Timing”, “Save Yourself” e “MS.G.” targati McAuley Shenker Group. Ma era alla sua prova solista (la seconda, la prima risale al 1999 “Business as Usual”) che volevo testare la sua classe: e di classe Robin ne ha ancora da vendere. Voce inattaccabile dall'usura e dal tempo, sempre tagliente e penetrante come trent'anni fa. Un vero marchio di fabbrica assoluto! In questo album il singer si avvale della supervisione e direzione del boss della Frontiers Records, Serafino Perugino, e della produzione e arrangiamenti dell'onnipresente Alessandro Del Vecchio che suona anche basso e keyboards. Una menzione d'onore, comunque, va a tutta la band, tutti musicisti nostrani, assolutamente validi e degni delle migliori line up straniere con le quali McAuley ha registrato e partorito album memorabili. Da “Standing On The Edge” mi aspettavo un come back agli eighties ed in effetti c'è stato ed anche in modo rilevante; le atmosfere e le eufonie che questo cantante e questa band ci regalano sono preziose e ci riportano indietro nel tempo dell'hair metal con però, attenzione, arrangiamenti moderni, più attuali e rifiniti. Ma il sound è quello: catchy al punto giusto, melodico ed ammaliante nelle chorus line ad effetto ma comunque energico e pulsante senza disdegnare un buon tecnicismo di base e una grandissima capacità nel confezionare song in bilico tra l'heavy rock e il rock da classifica. La grinta di 'Running Time', l'edulcorato fm rock di 'Late December', la suadente e magica ballad 'Run Away', il granitico hard sound dell'opener 'Thy Will Be Done', l'elegante rock di 'Say Goodbye' sono tutti momenti che indicano l'attuale longevità artistica di questo stupefacente cantante. Disco da avere assolutamente.

Roby Comanducci

 

 

 

Line-up: Tommy Clufetos - Drums, Lead Vocals on Tracks 4, 8 and 11, Eric Dover - Lead Vocals, Eliot Lorengo - Bass Guitar, Hank Schneekluth - Lead Guitar, Nao Nakashima - Rhythm Guitar, Tommy C - Saxophone on “Power Of Three”, John Schreffler - Guitar Solo on “Beat Up By Rock 'N’ Roll", Doug Organ - Hammond B3

Tracklist: Heavy Load, Welcome To The Show, You Got The Cash I Got The Flash, Make Me Smile, Do It Again, Kid Blood, Don’t Be Afraid, Beat Up By Rock N’ Roll, Got To Play Some Rock N’ Roll, The Longevity, Power Of Three

Come deve suonare un buon, anzi, un ottimo disco di hard 'n' roll? Così. Non giriamoci troppo intorno; spesso per fare dei dischi validi gli artisti devono inventarsi chissà quali alchimie, innovazioni, mischiare generi e cercare di stupire l'ascoltatore. Il bravo Tommy invece ha messo su questo bel progettino personale con due semplici formule: la sua grande abilità di batterista e la capacità di un songwriting capace di pulsare incontaminato rock duro e rock'n'roll grezzo e diretto da ogni poro. Prodotti così “genuini” non se ne sentono molti, e quando capitano, beh......tanta grazia ricevuta. Tommy Clufetos è sicuramente uno dei drummer più gettonati di questo ultimo periodo; già alla corte di Ozzy e Black Sabbath, ha prestato il suo talento anche per artisti quali Alice Cooper, Ted Nugent, John 5, Rob Zombie senza contare le svariate collaborazioni. Con questo disco il nostro ci ha voluto regalare quasi un'oretta di adrenalina coadiuvato da altri ottimi musiciti tra cui citerei Eric Dover alla voce (Jellyfish, Slash's Snakepit, Alice Cooper e Imperial Drag, nda) e, ricordiamoci, cantando lui stesso tre song, 'Make me Smile', 'Beat Up By Rock N’ Roll' e 'The Power of Three' con un risultato più che dignitoso. Per capire di che “pasta” è fatto questo album basta la “triade” in sequenza di songs 'Don’t Be Afraid', 'Beat Up By Rock N’ Roll' e 'Got To Play Some Rock N’ Roll' che da sole valgono tutto l'album e sicuramente mettono a nudo tutta la maestria e la capacità compositiva di Clufetos. 'Don't Be Afraid' è un breve (poco più di due minuti), veloce e aggressivo up tempo, dove Eric canta con attitudine quasi punk e il sound è veramente un pugno nello stomaco. Poi c'è 'Beat Up By Rock N’ Roll' che ammicca agli Ac/Dc ma senza plagiare nessuno anzi, impreziosendo il tutto con una propria originalità e quindi arriviamo al veloce rock'n'roll di 'Got To Play Some Rock N’ Roll' dove il drummer da sfoggio di una prova superba e la canzone è diretta ed energica come un razzo ipersonico. Altro momento pompato di hard rock sanguigno è la bella 'The Longevity' dove si può apprezzare l'ottimo guitar work della coppia Hank Schneekluth - Nao Nakashima (rispettivamente lead & rhythm guitar). In definitiva un disco per tutti i rockers e per tutti coloro che amano ballare e divertirsi con del sano rock!

Roby Comanducci 

Apr 29

SONIC HAVEN "Vagabond"

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Line up: Herbie Langans – vocals, Carsten Stepanowicz – guitars,  Dominic Stotzem – bass, Andre Hilgers - drums.  

Tracklist: Vagabond, Back to mad, Nightmares, Keep the flame alive, End of the world, The darker side, I believe, Save the best for last, Blind the enemy, From white to black, Striking back

I Sonic Haven sono una band tedesca capitanata da Herbie Langhans, teutonico singer già all’opera con numerosi act della scena power melodica tedesca quali Avantasia e Voodoo circle. Chiudo qui con le note dalla bio perché quanto è importante lo ho già detto (se volete però, curiosate per andare a vedere il resto, inclusi i trascorsi importanti degli altri membri); ovvero, intendo, parliamo di un esperto esponente della mai sopita vena power che viene dal cuore del nostro continente, e che intende procedere nel genere. Ecco, pragmatismo e mancanza di originalità ai nostri cugini teutonici non mancano mai, (lo dico per evitare troppi giri di parole) per cui chiediamoci semplicemente se il risultato vale l’ascolto, già conoscendo bene le coordinate musicali ove andremo a finire: e vi anticipo, nonostante alcuni svarioni (su cui torno dopo) il risultato è molto accattivante e gradevole, mostra capacità e classe dei suoi esecutori, e va a prendere esattamente dove serve per un ottimo lavoro di questo (sì, la parola corretta è “abusato”) genere nel 2021. L’album si apre con il riff molto aggressivo di “Vagabond”, utile a introdurci allo stile della band, che non disdegna un certo orientamento vicino al classic/heavy più ottantiano, scandito da numerose ritmiche dello stesso timbro, tra Saxon e Priest. Certo non mancano song più strutturate ed elaborate melodicamente, ma è su uno stile asciutto e diretto che la cifra stilistica della band è costruita, e grazie a tale stile la potenza vocale del singer riesce a esprimersi. Si vanno a cercare altri spunti, più melodici, in alcune tracks come la quasi conclusiva “From the black” ma sono eccezioni in una sequela ove lo stile è ben delineato sui canoni citati; non mancano gli svarioni di cui dicevo inizialmente, ad esempio scadere nella banalità di certe liriche (“Keep the flame alive” … ok …  ) oppure forse il mancare la ricerca di un pezzo davvero più originale. Su questo ultimo punto, per chiarire, intendo dire che proprio dal lato più heavy, quasi thrash, mi sarei atteso una sorpresa in più, un pezzo che più attirasse l’attenzione, date le indubbie capacità tecniche ed esecutive dimostrate. Un discorso simile vale per la produzione, che è molto pulita e rende bene la potenza della band, ma non trova mai la combinazione giusta per davvero risaltare un pezzo. Sto chiedendo troppo? Non lo so, ma è l’osservazione che mi deriva dall’ascolto di questo disco, che comunque permane, ricordiamolo, di ottima caratura. Concludendo e riassumendo, questo è sicuramente un gran bel disco, scritto e suonato da ottimi musicisti, lo consiglio e certamente non annoierà neppure i patiti del genere; quanto ne traggo però è che con la dovuta focalizzazione questi ragazzi possono ulteriormente perfezionarsi e fare un lavoro ancora migliore in futuro. E finisco, ovviamente, dicendo che davvero conto di poter verificare la loro abilità live presto.

Nikki