Line up: Brother Belmont - lead vocals, psyKlone - guitars, programming, Void – guitars, Sol – bass, Stalkher Jr. - drums

Tracklist: Descent, Roll Out, Don't Turn Away, [futurenation], Meteorite (feat. Björn “Speed” Strid - Soilwork / The Night Flight Orchestra), Follow You, Space Samurai, The Last Starfighter, Teknoskeptic, Beam Me Up, Until The Stars Turn Cold (feat. Flo V. Schwarz - Pyogenesis)

Particolari, senza ombra di dubbio. Sicuramente una novità (abbastanza) originale e “fuori dagli schemi” in un periodo ricco sicuramente di ottime uscite discografiche ma che langue di estrosità e novità (a parte certi gioiellini come “Smackbound”, l'ultimo degli In This Moment, Me And That Man....e qualche altro titolo, nda). Ecco dunque dall'Ungheria il secondo full lenght album di questi ragazzi sicuramente vogliosi di miscelare e mixare diversi generi per ottenere un sound accattivante. La cosa interessante è che i nostri miscelano sapientemente passaggi pop e addirittura tecno a riff metallici e uniscono il new modern rock anni 2000 ai grandi acts dell'hair metal anni '80, Def Leppard su tutti. E sono infatti reminiscenze del “Leopardo Sordo” che saltano subito all'orecchio nella commerciale e danzereccia hit single '[futurenation]', brano assolutamente creato per far colpo su un pubblico giovane e voglioso di saltare! Simpatica l'iniziale 'Descent' che su una base street rock ci infila qualche passaggio dance ma non preoccupatevi, il tutto viene adeguatamente dosato e calibrato. Se volete invece rockare vi lascerei in compagnia delle belle 'Roll Out', 'Don't Turn Away' e 'The Last Starfighter' che strizzano l'occhio alle più moderne produzioni di Reckless Love, Crazy Lixx et similia. Un ospite illustre, Björn “Speed” Strid (Soilwork / The Night Flight Orchestra) ha prestato la sua voce nell'interessante 'Meteorite', un rock sicuramente ammaliante e furbo, capace di dare la scossa ma anche predisposto per possibili passaggi radiofonici. Pulsante diretta e velocissima (parte con un urlo 'banzaiii'...nda) l'eclettica 'Space Samurai' che alterna momenti quasi speedy ad altri più tranquilli (con tanto di vocina femminile orientale filtrata). Arriviamo quindi al momento dove i nostri osano di più e parliamo di 'Teknoskeptic', un mix potente tra musica tecno e riff metallici; risultato buono anche se molto lontano da perle mixate e suonate dai leggendari Killing Joke, vi ricordate “Millenium” dal disco (capolavoro) “Pandemonium” del 1994? L'album si chiude con la lenta 'Until The Stars Turn Cold' con alla voce un altro ospite Flo V. Schwarz dei Pyogenesis. Comunque sì, questo giovane combo di musicisti riesce ad incuriosire e a tratti anche a colpire nel segno. Interessante lavoro!

Band link

Roby Comanducci

 

 

Line up: Ronnie Platt - lead vocals and backing vocals, Rich Williams - electric and acoustic guitars, co-producer, Zak Rizvi - electric guitar, backing vocals, producer, Tom Brislin - keyboards, backing vocals, lead vocals on “The Song The River Sang”, David Ragsdale - violin, backing vocals, Billy Greer - bass, vocals, Phil Ehart - drums, percussion, co-producer

Tracklist: The Absence Of Presence, Throwing Mountains, Jets Overhead, Propulsion 1, Memories Down The Line, Circus Of Illusion, Animals On The Roof, Never, The Song The River San

La perfezione in musica, punto. I Signori, i Maestri del symphonic rock sono tornati al disco, il sediceso di una lunghissima carriera che partì nel lontano 1974 con l'omonimo album e ci ha regalato autentiche chicche, veri e propri masterpiece quali “Leftoverture” ('76), “Point of Know Return” ('77), “Vinyl Confessions” ('82) per poi approdare verso un symphonic rock più corposo e moderno con l'innesto di stilemi pompous, hard e aor da “Power” ('86) e l'ingresso del mostruoso Steve Morse alla chitarra per poi uscire con il capolavoro assoluto nel 1988 “In The Spirit Of Things”. Poi si è diradata la produzione di questa super band con solo due (ottimi) album nei nanities e dal 2000 ad ora solo tre compreso quest'ultimo che stiamo recensendo. Da segnalare che già dal precedente “The Prelude Implicit” (2016) la band è orfana del magnifico e (quasi) insostituibile Steve Walsh, l'ugola marchio di fabbrica del gruppo ma -anche se la cosa dispiace e non poco- a livello tecnico qualitativo ammetto che hanno trovato un degno sostituto nella persona di Ronnie Platt. Venendo appunto a quest'ultima fatica in studio la prima cosa che salta “all'oreccchio” è il marcato ritorno alle pure sonorita settantiane care ai nostri e riflesse al meglio in dischi quali i già menzionati “Leftoverture” ('76), “Point of Know Return” ('77), ma anche il superbo “Masque” del 1975; sembra quindi che la band voglia riscoprire al meglio le sue radici e riproporle in modo tale che, magari, anche i rockers più giovani, possano capire ed apprezzare il sound che li ha resi quello che sono. Le song sono solo nove ma tutte di una durata medio lunga e ridondanti eufonie ed atmosfere avvolgenti e sognanti unite a passagi strumentali da autentica “scuola della musica” che talvolta ammaliano l'ascoltatore e in altri casi irrompono con la loro aggressività stemperata da tinte prog (sempre presenti) e pulsanti di pomp rock sound che solo loro riescono così magnificamente ad estrapolare e proporre su disco. Bellissimi i passagi di tastiere e i solo di violino – un David Ragsdale in gran spolvero in questo album – e comunque non manca la chitarra e i passaggi hard con riff sopraffini del duo Williams- Rizvi. Non posso scegliere una canzone, farei un torto enorme verso le altre, essendo nove piccoli capolavori sonori, però vi consiglio spassionatamente di sedervi comodi, abbassare le luci, mettervi la cuffia, equalizzare bene il vostro stereo e far partire a palla il gioiello strumentale 'Propulsion 1', e poi mi direte. Da solo vale l'acquisto dell'album. Un album assolutamente imperdibile!

Roby Comanducci