Fra ZMG
DOUBLE VISION
“Double Vision”
(Frontiers Music s.r.l.)
release: 11 - 07 - 2025
genere: Rock / AOR / Pop-Rock
voto: 7
Line up: Chandler Mogel - vocals, Scott Duboys - drums, Scott Metaxas - bass, Chris Schwartz - guitar, Paul Baccash - guitar, Alex Lubin - keyboards
Tracklist: Prison of Illusion, No Fool for Love, The Man You Make Me, I Know the Way, Youphoria, Look Out for Me, Transient Times (Instrumental), Silence is Louder, Church of the Open Mind, Once Before, A Stranger's Face, This Day and Age, Love Could Rule
Disco d’esordio per i Double Vision, primo album di inediti per questa band nata come fedele tributo dei Journey: tredici brani in vero stile rock ‘80, con influenze del gruppo di riferimento e tante altre sfumature interessanti, attraverso un’impronta comunque personale e relativamente moderna, soprattutto a livello sonoro. La line-up è formata da alcuni tra i migliori musicisti e volti conosciuti nella scena rock newyorkese, i quali avevano maturato nel tempo il desiderio di realizzare musica inedita, confluita poi in questa pubblicazione sotto etichetta Frontiers Music. “Prison of Illusion”, prima traccia e primo singolo, pezzo rock “suadente” un po’ evocativo che si muove tra tonalità minori e maggiori attraverso transizioni sospese: particolari i fraseggi di saxofono eseguiti dal tastierista con un suono ad hoc (parzialmente realistico ma abbastanza credibile), che ritroveremo anche in altri brani. Andamento simile per “No Fool for Love” (al pari di “This Day and Age”), ma struttura ritmica ancora più movimentata, con stacchi di batteria e “di insieme” su intro, strofe e ritornelli (“ostinato” incalzante della tastiera), molto bello e interessante l’assolo di chitarra, un misto di virtuosismo, melodia ed espressione. La traccia n. 5, “Youphoria”, oltre al nome derivante da un geniale gioco di parole rappresenta a mio parere la vera hit (e la mia personale preferenza), quella che in effetti ricorda maggiormente lo stile dei Journey: un rock dal ritmo sostenuto, in equilibrio tra fine 80 e inizio 90 con un “mood” synthwave e scenario sonoro allo stesso tempo emozionante e malinconico. Il brano “Silence is Louder”, invece, ricorda molto uno stile Queen / English / “Elegant Rock”, mentre “The Man You Make Me” (stile pop, vagamente Take That) e “I Know the Way” (folk-rock), eleganti ed avvolgenti, fanno parte di un insieme di ballad e power ballad che comprende “Look Out for Me”, “A Stranger's Face”, “Once Before”, ma soprattutto “Church of the Open Mind” (influenze per me evidenti seppur molto differenti tra di loro quali Rolling Stones, Joey Tempest, Bon Jovi) e “Love Could Rule” in chiusura del set, di fortissima derivazione Tears for Fears: lo strumentale “Transient Times” segna a grandi linee la divisione tra la prima e seconda parte della serie (nonchè dell’album stesso). Tra le sfumature generali si possono infine annoverare anche Elton John e U2. Considerando il prodotto nella sua interezza, va fatto un plauso al gruppo per composizione, scrittura e scelta dei suoni, gli arrangiamenti risultano spesso coinvolgenti mentre l’esecuzione è ottima se non impeccabile nonostante a volte risulti un po’ “scolastica”: la produzione è anch’essa di ottima fattura anche se non sempre convincente ai miei occhi (e alle mie orecchie ^_^), in particolare in certi frangenti l’insieme risulta fin troppo “secco e asciutto”, secondo me avrebbe bisogno di “respirare” un po’ di più (un tocco leggermente diverso nell’uso dei reverberi in fase di registrazione e mixaggio). In definitiva, la valutazione finale deriva dalla media tra i vari elementi e il risultato va comunque a promuovere questo disco, che si ascolta volentieri dall’inizio alla fine. Approvato
Fra 'ZMG'
LYNYRD SKYNYRD
“Celebrating 50 Years - Live at The Ryman”
(Frontiers Music s.r.l.)
release date: 27 - 06 - 2025
genere: southern rock / bues rock / rock and roll
voto: 8
Line up: Johnny Van Zant - vocals, Rickey Medlocke - guitars, vocals, mandoline, Mark Matejka - guitars, vocals, Peter Keys - piano, keyboards, Keith Christopher - bass, Michael Cartellone - drums
Tracklist: What’s Your Name, Workin' for MCA (ft. John Osborne), You Got That Right, I Know A Little, Down South Jukin, That Smell, Cry for the Bad Man, Saturday Night Special (ft. Marcus King), Tuesday’s Gone (ft. Jelly Roll), Red White and Blue (ft. Donnie Van Zant), Simple Man (ft. Brent Smith), Gimme Three Steps, Call Me the Breeze, Sweet Home Alabama, Free Bird, ((Celebrating 50 Years of Lynyrd Skynyrd Documentary))
I Lynyrd Skynyrd, firmati di recente da Frontiers Music, tornano con un nuovo album: realizzato dalle registrazioni del concerto del 2022 presso lo storico Ryman Auditorium a Nashville, il disco celebra i 50 anni della loro leggendaria carriera. Si parte da r’n’b e rock and roll con “What’s your name”, “Workin' for MCA” (brano caratterizzato da trascinanti assoli di chitarra) e “You Got That Right”. Dello stesso tipo ma in stile Shuffle/Boogie troviamo “I Know A Little” e subito dopo “Down South Jukin”, pezzo breve ma sempre movimentato in cui comincia ad emergere la sfumatura “Southern”. In chiusura, John (Van Zant) prende il microfono per condividere un pensiero riguardo alla sua militanza nella band (dalla reunion del 1987), rivolgendo un ricordo al fratello scomparso nel ‘77, Ronnie Van Zant (frontman originale dei LR): il pubblico, già molto presente, dimostra alto gradimento e ulteriore coinvolgimento. Ingresso perfetto per la celeberrima, introspettiva e in qualche modo sofferta ballad “That Smell”, la quale tratta temi delicati come fragilità umane, eccessi e rischio di autodistruzione, caratterizzata a livello musicale da passaggi con cambio di tempo, stacchi “di insieme” e (anche in questo caso) da persistenti e trascinanti assoli di chitarra. Una nota: le sonorità dei brani incontrati finora, soprattutto l’ultimo, richiamano vagamente il repertorio “classico” della superba hard-rock band newyorkese Blue Öyster Cult, mentre andando avanti si può riscontrare anche qualche influenza dei Creedence Clearwater Revival. Il passo successivo è un bluesy “Cry for the Bad Man”, velocità mediamente lenta, grande intensità che cattura l’ascoltatore e grande insieme strumentale-vocale (presenza dell’organo hammond), elementi che fanno risaltare la performance delle coriste, come in molti altri casi all’interno dell’album. Torniamo al southern con “Saturday Night Special”, intro potente di batteria e arrangiamento “stop and go” nella prima parte, grande insieme (anche in questo caso) sull’assolo e ritorno al groove iniziale, il tutto sottolineato dalle tastiere tipo tappeto di archi. La ballad “Tuesday’s Gone” mostra un incipit con armonica a bocca, accenno di batteria e melodia articolata del basso, tempo terzinato, chitarre avvolgenti e presenza del “grand piano”, disegno di uno scenario simile ai precedenti. Un’altra ballad, un altro Southern Rock e un altro “inno” alla propria zona di origine e alla nazione con Red White and Blue (con il contributo alla voce di Donnie Van Zant). L’ultima parte del concerto è composta da una serie di brani iconici e storici per la band originaria di Jacksonville: una versione coinvolgente molto folk-rock della grandissima hit “Simple Man” (con fraseggio/assolo aggiuntivo di chitarra acustica, hammond e grande tessuto sonoro e vocale), passando per i rock’n’roll “Gimme Three Steps” e “Call me the Breeze” (in chiusura si nota una melodia accennata che può sembrare una citazione di “I’ll be there for you”, sigla di “Friends”...), fino ad arrivare ai successi assoluti “Sweet Home Alabama” e “Free Bird”. Conclude il disco, la traccia audio in stile documentario che racconta questa celebrazione dei 50 anni del gruppo, attraverso le voci dei protagonisti, con la musica del concerto in sottofondo. Parlando brevemente della produzione e degli aspetti tecnici, devo dire che i suoni sono tutti ben confezionati, sia per i singoli strumenti e voci che nell’insieme, tutto molto presente, definito e gradevole: si ha la sensazione di un “gran prodotto” nel momento live e anche nel momento successivo, nella realizzazione dell’album. Un pregevole impatto di tecnica (musicale e sonora), sensazioni, messaggi, emozioni e condivisione, per i fan presenti in quell’occasione e per tutti gli ascoltatori (dai più appassionati ai più sporadici). In definitiva, promozione piena per un’uscita che certamente non delude le attese.
Fra "ZMG"
RUSS BALLARD
“Songs From The Warehouse / The Hits Rewired”
(Frontiers Music s.r.l.)
release date: 25 - 04 - 2025
genere: rock/pop
voto: 3
Line up: Russ Ballard - (composition, songwriting), vocals, guitars,
Tracklist: (CD1) Resurrection, Courageous, Journey Man, The One Who Breathes Me, The Wild, Charlatan, Soul Music, Sleepwalking, Last Man Standing, Make Believe World, The Family Way, Fearless, The Last Amen // (CD2) Since You’ve Been Gone, Winning, God Gave Rock And Roll To You, Voices, New York Groove, You Can Do Magic, Liar, I Know There’s Something Going On, I Surrender, No More The Fool, So You Win Again, Free Me, On The Rebound
Il grande autore, cantante e chitarrista Russ Ballard torna dopo una decade con “Songs From The Warehouse / The Hits Rewired”, un doppio disco, nato da diverse registrazioni del periodo lockdown e composto da due CD, rispettivamente inediti e classici rivisitati (interpretati in precedenza da lui stesso o da altri artisti e band). L’album si apre con “Resurrection”, singolo inserito “all’ultimo minuto”, come indicato dall’artista nella release note, un brano dalla intro suadente che si apre poi in un andamento rock consistente e si chiude nel finale con degli stop perentori. Anche i successivi “Courageous” (batteria e groove più pop “dancefloor”), “Journey Man” (influenza dei riff più folk / country rock) e “The One Who Breathes Me” (groove shuffle basato su tom e timpano e intermezzi all’interno), seppur con le proprie peculiarità mantengono questo schema di intro “morbida” o in crescendo con un successivo passaggio a una parte più movimentata. “The Wild” invece entra quasi subito dentro il pezzo, con una sequenza di strofa-ritornello-ponte fino alla fine, intervallato solo da uno special, dall’arrangiamento pop-rock lineare con chitarre e tastiere. Troviamo poi “Charlatan”, ballad evocativa semi-acustica (chitarra/voce con suoni di archi e batteria molto minimalista dalla metà in poi) e “Soul Music” che momentanemente esce ancora di più “dal seminato” con una intro di ispirazione vagamente gospel ma arrangiamento pop, e il resto del brano rimane su questa linea (influenza tipo David Bowie). Altri pezzi movimentati ma con intro “contemplative” sono i successivi “Sleepwalking”, “Last Man Standing”, “Make Believe World”, e “Fearless” mentre torniamo alla variazione estemporanea con “The Family Way” (brano in stile electro-pop dalle moltissime influenze tra cui Tears for Fears, Depeche Mode, Billy Idol, Duran Duran e Superheavy). Chiude il primo set “The Last Amen”, mid speed Rock (80s vibes) dall’ampia intro (oltre un minuto) come nei precedenti casi, quasi un clichè. Il secondo CD, come accennato in precedenza, contiene classici (in nuove versioni) precedentemente scritti e/o composti, e in alcuni casi già eseguiti, dall’artista britannico, tra cui diverse hit celeberrime come “Since You’ve Been Gone”, “Winning” (ritornello estremamente simile a Love Theme di Barry White con la Love Unlimited Orchestra), “God Gave Rock And Roll To You”, “Voices”, “Liar”, “I Know There’s Something Going On”, “So You Win Again”, altre particolari e fascinose come “You Can Do Magic”, “I Surrender”, “Free me”, la ballad “No More The Fool”, e le due “briose” tracce “New York Groove” e “On The Rebound”. In questo secondo supporto si trovano pezzi realizzati con dei suoni mediamente un po’ più “naturali”, soprattutto sulle batterie, e questo rende a mio parere il secondo disco più riuscito del primo, anche per quanto riguarda la vocalità (in generale abbastanza ardita) e gli arrangiamenti: ad un ascolto ripetuto e più approfondito, però, si riesce ad apprezzare una creatività abbastanza originale (alcune notevoli armonie) ed una serie di dettagli ricercati e non scontati, anche nel CD1. Parlando di elementi singoli, la presenza di chitarre di qualsisi tipo e suono è notevole e articolata: chitarre acustiche, elettriche, clean, crunch, con overdrive, distorte, alcune morbide e leggere, altre più potenti e trascinanti, con svariati effetti applicati e risultati “variegati” (sono presenti molti assoli interessanti). Tastiere, piani acustici, piani elettrici, organi, synth, pad di archi e fiati, (perfino un vocoder ’’^_^), basso dalla buona palette, batteria acustica ed elettronica, background e tessuti sonori densi e avvolgenti, un insieme davvero notevole. La voce principale disegna linee articolate e abbastanza complesse, intrecciandosi e mescolandosi con i cori e le seconde voci. A livello di produzione, buona scrittura, buoni arrangiamenti, ottimo mixaggio e finalizzazione. Arriviamo alle influenze e contaminazioni, le quali sono davvero tantissime, per generi, stili, periodi, artisti e band: David Bowie, Bono Vox (U2), Andreas Johnson, Eric Bloom (BÖC), Sting & The Police, Fleetwood Mac, Bryan Adams, Queen, Toto, rock 80s, folk rock, world music, colonne sonore.............. (e molto altro). Un lavoro che va appunto ascoltato più volte per riuscire ad entrare davvero in questa musica ed afferrarne completamente il contenuto: voto 3, ma oscillante verso il 3,5 (discorso sui suoni trattato poco sopra). Sicuramente piacerà ai veri appassionati e ai fan “storici” ma anche ad ascoltatori attenti, sensibili a quello che potrei definire un “half-modern vintage” pop/rock. Promosso
Fra "ZMG"
STRYPER
“When We Were Kings”
(Frontiers Music s.r.l.)
release: 13 - 09 - 2024
genere: heavy metal / christian metal
voto: 4
Line up: Michael Sweet - lead vocals, lead & rhythm guitar, Robert Sweet - drums, Oz Fox - lead & rhythm guitar, vocals, Perry Richardson - bass, vocals
Tracklist: End Of Days, Unforgivable, When We Were Kings, Betrayed By Love, Loves Symphony, Trinity, Rhyme Of Time, Raptured, Grateful, Divided By Design, Imperfect World
Nuova fatica discografica per gli iconici Stryper che celebrano il 40° anniversario (14° studio album), guidati dai fratelli Michael e Robert Sweet (riconosciuti tra i fondatori della corrente christian metal). Il gruppo torna sulle scene con un disco potente, evocativo ed elegante, votato in modo abbastanza consistente alle tonalità maggiori e ad una certa epicità, ma non mancano i momenti più sofferti ed introspettivi, arrivando anche a sonorità “cattive”... e non mancano neanche alcune influenze e riferimenti: la consueta mescolanza di colori e sensazioni della band americana (sullo sfondo di concetti ispirati a testi biblici e vangeli). Il set si apre con “End of Days”, intro sincopata in half-time (batteria) con influenze alla Yngwie Malmsteen (tornerà negli intermezzi, con doppia cassa), successiva apertura in una veloce “corsa epica” (appunto) in stile Helloween (e altri brani passati degli stessi Stryper), con ritornelli “ariosi”: assolo in tre parti, lirico, virtuoso e poi intrecciato tra le due chitarre verso l’ultimo ritornello, chiusura finale con passaggio che richiama la intro. Proseguiamo con “Unforgivable”, brano di media velocità carico di malinconia e solennità (a conferma del titolo) che si apre con degli stacchi delle chitarre su accordi aperti, per proseguire con la classica struttura strofa-ponte-ritornello per due volte, di nuovo stacchi (raddoppiati), viaggio negli assoli dialoganti delle chitarre, special, ritornello finale e chiusura. Si passa poi alla title track, “When We Were Kings”, in cui troviamo una continua alternanza tra strofa e ritornello, tonalità minore / maggiore, che crea un contrasto di impatto tra i momenti “del racconto”, assolo centrale e sezione finale: il pezzo segna l’inizio di una sorta di sequenza in cui sono presenti diversi “scenari” ballad e power ballad (circa la metà del materiale musicale), come la successiva “Betrayed By Love”, melodiosa e suadente, per quanto il contenuto sia nostalgico e struggente, con intro di chitarra acustica che apre poi tutto il flusso musicale, batteria suonata quasi “indietro” che ti tiene incollato all’ascolto e coadiuvata dal resto degli strumenti, un trasporto dall’inizio alla fine. “Loves Symphony” parte con degli stacchi suonati e cantati insieme, con uno stile e una carica che sembrano quasi alternative rock/punk-rock (alla Phil X & The Drill), per continuare poi il consueto binomio minore (strofe) e maggiore (ponti/ingressi + ritornelli, i quali sono più sinfonici, come dice il nome del brano stesso), intermezzo di nuovo minore, sincopato, e molto “heavy”, lungo assolo (sempre dialogato tra le chitarre), ritornello finale e chiusura come l’interemezzo. Al centro del disco, si trova la potentissima “Trinity” (in cima alle mie preferenze), in cui sento un ingresso alla Europe (modern era), intro/intermezzi alla Megadeth (la parte hard rock dei californiani), batteria con lontana ispirazione alla Portnoy e il resto “Stryper Factory”, struttura standard verse-bridge-refrain, in cui il ritornello risulta molto sostenuto per via del groove di batteria in controtempo (seguito dal resto dei musicisti): successivamente arriva un intermezzo in half-time (vagamente Whitesnake), prima dello “speed solo” (sempre in stile Megadeth), di nuovo il bridge e l’ultimo ritornello, raddoppiato, chiude questo “hot piece”. Incontriamo il bellissimo singolo “Rhyme Of Time”, allo stesso tempo “lamentoso e sognante”, velocità medio-lenta, batteria dal tocco “poetico”, intreccio delle chitarre nella intro (una portante che torna nei ritornelli, e una che anticipa il tema vocale, riferito sempre al ritornello), tonalità minore che cambia in maggiore unicamente nell’assolo, un altro brano che trasporta l’ascoltatore, ma in un mood più cupo. Altra traccia, altra alternanza minore-maggiore per “Raptured”, in questo caso una sensazione “bluesy”, con influenze Deep Purple / Gotthard (e nella vocalità un po’ Europe / Malmsteen / Michael Vescera), sospesa e spigolosa, verso il ritornello arioso e “classicistico”, in un susseguirsi lineare. Con l’avvolgente “Grateful” torniamo invece alle ballad, uno stile che ricorda l’alternative rock ma anche le stesse ballad hard rock (di nuovo Whitesnake, nel periodo recente, ma si potrebbero fare vari nomi...), semplice, “morbida” e di impatto. Penultima traccia, (assimilabile ad un) half-time, hard rock consistente che arriva dritto in faccia per “Divided By Design” (ancora influenza Europe contemporanei), dopo la metà vede un cambiamento radicale del groove, passando da half a standard/double con successiva aggiunta del doppio pedale / doppia cassa in concomitanza degli assoli, per poi tornare alla struttura iniziale e concludere. “Imperfect World”, unico brano dal tempo composto (“terzinato”), chiude il disco in modo pieno e “debordante”, con una certa epicità, per ribadire il consueto pensiero, anche in un “mondo imperfetto”... e non può mancare il dialogo tra le chitarre, negli assoli, in classico stile botta e risposta alla Iron Maiden: dettaglio interessante, l’effetto di leggero phaser sulla voce prima dei ritornelli. Arrivati alla conclusione, si può dire che i musicisti abbiano dato nuovamente il meglio di sè, come di consueto, (compresi i musicisti aggiuntivi, Paul McNamara alle tastiere/organo/synth e Charles Foley con Keith Pitmann per cori e voci secondarie): una nota particolare sul basso, che appare leggermente meno in primo piano rispetto al passato (per quanto non sia una sua prerogativa principale), ma è comunque ben presente, denso e riconoscibile dai molti abbellimenti. Composizione buona, begli arrangiamenti musicali e di produzione (affidata a Michael Sweet), esecuzione impeccabile, mixaggio e finalizzazione perfetti (un grande plauso agli audio engineers), realizzazione come sempre di alto livello: copertina evocativa, biblica, mistica (un altro marchio di fabbrica Stryper). Prodotto che “arriva” agevolmente da subito, ma con più ascolti si apprezza ulteriormente. Decisamente promosso... e anche questa volta... “siamo stati guariti” (Isaia 53:5)
Fra "ZMG"
SUNBOMB
“Light Up The Sky”
(Frontiers Music s.r.l.)
release: 12 - 07 - 2024
genere: hard rock / heavy metal
voto: 3,5
Line up: Tracii Guns - guitars, bass, Michael Sweet - vocals, Mitch Davis - bass, Adam Hamilton - drums
Tracklist: Unbreakable, Steel Hearts, In Grace We'll Find Our Name, Light Up the Skies, Rewind, Scream Out Loud, Winds of Fate, Beyond the Odds, Reclaim the Light, Where We Belong, Setting the Sail
Secondo LP per il progetto di Tracii Guns (fondatore degli LA Guns) e Michael Sweet (leader degli iconici Stryper), le due star del gruppo, coadiuvati da Mitch Davis al basso e dal polistrumentista e produttore Adam Hamilton (LA Guns, Joe 90) alla batteria, attivo anche in ambito colonne sonore. La sensazione a primo ascolto dell’album è di avere degli Stryper in versione Guns’n’Roses, e questo deriva naturalmente dalle rispettive radici dei due band leader ma le influenze che emergono a seconda dei brani sono svariate e particolari (anche molto differenti tra di loro). Arrangiamenti abbastanza lineari e allo stesso tempo coinvolgenti, esecuzione a tratti leggermente “grezza” probabilmente alla ricerca di un impatto “live” e un effetto ruvido, energico, che viene confermato dalle scelte sonore: il confezionamento finale (completato da accenni di tappeto sonoro ed effetti ad hoc) resta in linea con il tipo di concept. Il disco si apre con “Unbreakable”, brano potente dalla intro “ambientale” al riff di chitarra principale su ritmo shuffle (ce ne saranno altri) su cui si presenta la voce inconfondibile di Michael Sweet, elegante e grintosa allo stesso tempo, la quale disegna un flusso “indistruttibile”, come da titolo... “Steel Hearts”, dal groove sincopato, ci trasporta in uno scenario di luci e ombre che ci accompagnerà nel percorso, con influenze come Whitesnake e Chickenfoot e un fascinoso assolo di chitarra arabeggiante (ho sentito addirittura dei riferimenti dei fill della batteria ispirati al leggendario John Bonham): si prosegue sulla linea dell’ombra, con “In Grace We'll Find Our Name” e si prosegue con la convivenza dei contrasti tra le contaminazioni (in questo caso, la parte “dark” di Slash e di alcune ballad di Yngwie Malmsteen) con tessuti vocali in registro alto e cambi di tempo (veloci) all’interno del pezzo (lento), in vago stile progressivo. La power ballad “Light Up the Skies” (primo singolo estratto) comincia invece con un arpeggio sognante di chitarra acustica (molto “Heavy Folk” Blackmore’s Night / Black Sabbath) e si apre poi nuovamente di potenza, “riportandoci alla luce”, sopra ad un solenne ritmo della batteria, come una sorta di marcia più o meno incalzante a seconda dei momenti ma sempre presente. “Scream Out Loud”, il vero “pezzo Stryper” del disco e quello che preferisco maggiormente, è una corsa verso un urlo liberatorio sostenuta dai classici heavy powerchord, da accompagnamenti ariosi (nei ritornelli) e dall’assolo “lirico” della chitarra. Arriviamo a “Winds of Fate”, brano lento con un senso di “sospeso” (quasi mistico) a livello armonico-melodico ma anche concettuale (il destino), “Beyond the Odds”, Hard Rock tostissimo con riff e voce in stile Black Sabbath (Ronnie James Dio era...) e la suadente ballad “Where We Belong” (un’altra mescolanza di influenze in cui sento Guns’n’Roses e Skid Row, ma vagamente protrei trovarci anche Queensrÿche e Alice in Chains)... nel frattempo, “Reclaim the Light” (Mid-Speed Heavy Rock/Metal un po’ psichedelico, sempre alla Yngwie Malmsteem) ci aveva riportato al tema della luce, mentre torna lo shuffle (al pari di “Rewind”, a metà disco), con il ruvido “Setting the Sail” che conclude il viaggio ma lascia aperto il pensiero a orizzonti possibili. Da segnalare che anche le parti del basso (costantemente di supporto, presente e gradevole, mai invadente) sono state registrate da Guns (anche se Mitch Davis figura tra gli elementi della band) mentre la produzione e il mixaggio principali sono affidati sempre a Hamilton. Prodotto interessante per veri appassionati, realizzato nel segno del vero Hard Rock ed Heavy Metal (con molte sfumature), che va però ascoltato alcune volte per essere apprezzato appieno. Promosso.
Fra “ZMG”
