Roberto
Line up: Hans Ziller - guitars/backing vocals, Alexx Stahl - lead vocals, Ronnie Parkes - bass/backing vocals, Frank Panè - guitars/backing vocals, Andrè Hilgers - drums
Tracklist: The Joker, Gotta Get Away, The Devil Made Me Do It, Ride The Blade, When An Old Man Cries, Rock’n’Roll Survivors, Fire And Ice, Warrior, Fire Etude, Breaking Out, Fistful Of Fire, The Surge, Gloryland, When An Old Man Cries (Acoustic Version)
Non posso negare la mia affezione al combo teutonico in questione. I Bonfire per il sottoscritto sono stati (ma lo sono ancora magari non più con la verve degli anni d'oro) la band hard rock per eccellenza. Li preferivo, in alcuni album, anche ai connazionali e maestri Scorpions. Inutile negare l'incommensurabile valore di una pietra miliare qual'è stata “Point Blank” nel lontano 1989 mai più (purtroppo) superata ma comunque i Bonfire dal 1986 ad ora hanno confezionato ben 25 dischi (tra studio, live, best ecc...). Questo, appunto, è il loro venticinquesimo album che cercherà di regalarci un po' di sano e robusto hard rock sempre venato dalla loro intensa armonia. Peccato che oramai dal 2015 abbia lasciato il gruppo il fantastico vocalist Claus Lessmann e questo è un punto decisamente a sfavore poiché la sua ugola avrebbe donato anche a questo “Fistful...” un mood ed un alone differente anche se il singer attuale Alex Stahl fa di tutto per farsi voler bene ed anche se la sua timbrica non ha minimamente il mordente e l'aggressività di Lessmann riesce comunque a regalarci una buona prestazione. Il disco indubbiamente è strutturato bene su 14 tracce (forse anche troppe) e da adito all'unico membro rimasto della formazione originale, il chitarrista Hans Ziller, di aver fatto un buon lavoro. La band è sinonimo di potenza miscelata a forti eufonie e arrangiamenti che rendono -a volte – il suono pomposo e 'importante'. Infatti per poter ascoltare un mood di questo tipo, lasciando perdere il bellissimo intro iniziale 'The Joker', salterei subito alla quarta traccia, 'Ride The Blade' che rimembra i vecchi fasti ed ha l'imprinting giusto per conficcarsi nella vostra testa, una song che avrei visto bene nella tracklist dell'ottimo “Free” targato 2003. C'è anche un lento (poi ripreso in versione acustica nel finale) 'When An Old Man Cries' pezzo valido, non eccezionale, ma interessante. Ma in questo album sono i brani più rocciosi a vincere la partita e quindi menzione particolare per la diretta 'Rock'n'Roll Survivors', brano semplice con delle buone chorus line da valorizzare sicuramente in chiave live. Saltiamo quindi ad un altro intro dove si dilettano i due chitarristi con un ottimo risultato strumentale, parlo di 'Fire Etude' che ci prepara al roccioso heavy rock di 'Breaking Out'. Un altro intro strumentale molto interessante 'The Surge' ci conduce invece all'aggressivo up tempo di 'Gloryland'. Questo è quanto ragazzi. Un album che supera abbondantemente la media della qualità attualmente in circolazione pur avendo qualche song sottotono ma rifacendosi alla grande nelle tracce che vi ho descritto e che valgono l'acquisto di questo disco!
Roby Comanducci
Line up: Daniel Korn - vocals, songwriter, guitars, bass, piano.
Tracklist: Vampires, Sleep ain't paying my dues, House of cards, Colorado, Run Rabbit Run, Seashelled Heart
Devo ammettere di conoscere poco questo artista, come discografia ha pubblicato “Dancing With The Moon” Ep(2014), “Dancing With The Moon (Space Cats Version)” (2016) e “Run All Night” (2016), ma dopo aver ascoltato questo suo nuovo Ep “Sleep ain’t paying my dues”, sono rimasto ammaliato ed al tempo stesso sbalordito. Questo giovanotto di Stoccarda è già qualche anno (non molto però, nda) che ci delizia con i suoi dischi che trasudano il sound puro del blues rock americano, dei mille colori e profumi di quei posti, sonorità sì blues ma anche condite con spruzzate di folk, di indie rock; non sembra proprio che il nostro arrivi dalla “fredda Germania” ed invece è così, ma infatti molti dicono su di lui che è un caso a se, un artista eclettico e sognatore. Infatti nei testi delle sue song viene traslato tutto il suo vissuto per le strade di un'America nuda e cruda, un lungo viaggio da nord a sud di questo grande paese riportando, come in un prezioso riassunto, tutto in questo bellissimo Ep di solo sei tracce. Si parte con il pathos di 'Vampire', song magnetica e sicuramente figlia del miglior indie rock in circolazione. Da segnalare anche l'ottima interpretazione vocale del nostro che, pur non essendo un mago, riesce ad imprimere il giusto mood alle sue canzoni dandogli ulteriore carattere e spessore. La successiva è la title track, un bel pezzo di sano rock orecchiabile al punto giusto, dotato di un buon riff di chitarra saturo e mordente che coinvolge dal primo minuto sino alla fine. Sicuramente un brano molto radiofonico. Viceversa la successiva e semi-acustica 'House of Cards' nel suo incedere lento ci fa sognare e ci culla con atmosfere morbide e avvolgenti. Un pizzico di country rock spunta in 'Colorado', song allegra da ascoltare in buona compagnia davanti a un mega boccale di birra. Un blues più raffinato lo ritroviamo in 'Run Rabbit Run' che emerge per eleganza compositiva avendo anche la capacità di eccellere col suo portentoso feeling. Chiude questo ep il lento acustico 'Seashelled Heart', bell'esempio di folk rock con anche una buona interpretazione vocale di Daniel e quell'armonica che a tratti accompagna la sei corde e contribuisce a creare un momento di magica empatia con l'ascoltatore e rimanda al Boss ai tempi della E Street Band. Veramente un ottimo lavoro, cercatelo e fatelo vostro!! www.iamkorny.com
Roby Comanducci
Line up: Nic Maeder – vocals, Leo Leoni- guitars, Freddy Scherer – guitars, Marc Lynn – bass, Hena Habegger – drums. Flavio Mezzodi - drums (on tour)
Tracklist: Bad News, Every time I Die, Missteria, 10.000 Faces, S.O.S, Another last Time, Better than Love, Save the Date, Marry You, Man on a Mission, No time to Cry, I can say I´m Sorry, Rescue Me, No time to Cry (Demo Version), I can say I´m Sorry (Piano Version)
Cosa volete che vi dica ragazzi, per me parlare dei Gotthard è un vero tuffo nel cuore. Avevo conosciuto il magico Steve Lee e, comunque, adoravo la loro musica sin dagli esordi. Li consideravo, e li considero tuttora, uno dei migliori act nel music biz di sano hard rock. Ammetto che dopo la tragica morte del singer mi ritrovai spiazzato anche perché i Gotthard erano Steve Lee. L'uscita del postumo album “Firebirth” con il nuovo cantante mi lasciò con l'amaro in bocca; un discreto album ma troppo fotocopia e si sentiva la mancanza di Steve. Poi sono passati gli anni e ben quattro album sempre con la formazione originale e il nuovo singer che, ricredendomi, ha preso più che dignitosamente il posto di Steve. Nic Maeder è molto simile a Lee, lo potete sentire nella bellissima e suadente 'I can say I´m Sorry (Piano Version)' dove sembra effettivamente che sia lo stesso Lee a cantare anche se, lo ammetto, in questi anni è riuscito a ritagliarsi un suo preciso spazio e ascoltandolo bene la similitudine c'è ma dobbiamo rendergli atto che quel pizzico di originalità tutta sua c'è e viene percepita. Bene. Detto questo veniamo a questo nuovissimo “#13” che tra l'altro è proprio il tredicesimo album della band. Il suono è arrangiato molto bene, il songwriting è di livello e le composizioni sono tutte di medio alta qualità. C'è un'ottima prova dei due axe man Leoni-Scherer, la sezione ritmica sempre precisa e pulsante e, diciamolo, un'ottima prova del singer Nic. Come da tradizione la tracklist si suddivide tra momenti melodici e potenti hard rock song anzi, questo album propende più sul versante 'duro' rispetto a quello 'soft' come invece poteve essere per il (comunque bellissimo) “Human Zoo” (2003), tanto per fare un esempio. L'album parte con l'opener 'Bad News', classico hard rock senza fronzoli, accattivante e grintoso ma prosegue e si accende ancor di più con l'up tempo heavy rock 'Every time I Die', vera ed autentica perla. La terza 'Missteria' con l'inizio orientaleggiante e un ritornello accattivante si potrebbe candidare come vera radio hit se le nostre beneamate emittenti si decidessero a pompare un pò di vera musica hard e non le solite nu metal-crossover e/o female progressive metal band con cantanti che urlano in growl. Veniamo alla successiva '10.000 Faces', brano hard cadenzato ed ammiccante al punto giusto per giungere poi alla cover degli Abba, la bella 'S.O.S'. Si torna a rockare con 'Another Last Time' anch'essa impreziosita da ottimi riff ed un eccellente guitar work e si prosegue con 'Better Than Love' brano partorito in puro eighties style quindi solare, malizioso e abbellito da chorus line da vasto airplay. Leoni ci regala ancora un granitico riff di chitarra su 'Save the Date' supportato da una sezione ritmica pulsante. Ed arriva quindi il momento del -primo- lento, stiamo parlando della semi acustica 'Marry You' che Nic interpreta con maestria e ci regala un intenso pathos. Si ritorna al rock duro con la successiva 'Man on a Mission' che ricorda non poco i Whitesnake e si va avanti con l'eccelso heavy rock di 'No Time to Cry' che parte granitica per accelerare nel finale. Ottima. E' la volta della seconda ballad 'I can say I´m Sorry', intrigante e melanconica al punto giusto che poi lascia spazio all'originale 'Rescue Me'. Song dalla struttura armonica particolare, un rock molto intrigante, con cambi tempo interessanti e comunque una melodia di base forte che va a smussare il comunque sempre presente e graffiante guitar work. Le ultime due tracce sono una riedizione di 'No Time to Cry' versione demo e la stupenda e già menzionata all'inizio della recensione 'I can say I´m Sorry (Piano Version), un'altra vera e propria chicca. Cosa dire: i Gotthard non potevano sfornare un album migliore. Acquisto obbligato!!!
Roby Comanducci
Line up: Joe Satriani – guitars, Kenny Aronoff – drums, Chris Chaney – bass, Eric Caudieux - keyboards
Tracklist: Shapeshifting, Big Distortion, All For Love, Ali Farka, Dick Dale, an Alien and Me, Teardrops, Perfect Dust, Nineteen Eighty, All My Friends Are Here, Spirits, Ghosts and Outlaws, Falling Stars, Waiting, Here The Blue River, Yesterday’s Yesterday
Allora ragazzi, questo è un compito tanto bello quanto complesso. Parlare di Joe Satriani è fantastico ma data la caratura e le composizioni musicali del personaggio ci vorrebbe un maestro di chitarra a fare questa recensione. Invece ci sono io: un povero scribacchino che suona la chitarra con la delicatezza di un gorilla e la memoria di un bradipo (cosa c'entra?...non lo so ma era per fare un esempio hehehe, nda). Il buon Joe ebbi la fortuna di incontrarlo e quindi conoscerlo ed intervistarlo a Milano nel 1998 all'uscita di 'Crystal Planet' e vi assicuro che me ne raccontò di belle. Una persona assolutamente affabile che non mostra assolutamente altezzosità al pari di tanti suoi pseudo colleghi musicisti; pensate solo che è stato maestro (tanto per citarne alcuni...) di signori quali Steve Vai, Larry LaLonde, Kirk Hammett, Andy Timmons, Alex Skolnick, che è in assoluto considerato tra i top guitar players del pianeta e le sue collaborazioni sono pressochè infinite (oltre i 21 dischi tra studio e live, nda). Mi innamorai subito di lui quando comprai e misi sul piatto il vinile di quel “Surfing With The Alien” che nel 1987 cambiò non poco la vita di molti chitarristi o futuri/presunti tali. Ed eccolo qui trent'anni dopo, che sforna senza battere ciglio dischi su dischi e mantiene sempre altissimo il valore della qualità proposta. Per questo disco il nostro si è attorniato di ottimi musicisti quali il drummer Kenny Aronoff (John Fogerty), il bass player Chris Chaney (Jane’s Addiction) e il tastierista Eric Caudieux (Prince, Lisa Coleman); il risultato quindi è sicuramente di caratura elevata. Premetto che questo disco nelle sue tredici tracce è molto vario. Il chitarrista abbraccia tantissimi generi dal rock al reggae, al country e mille altre sfaccettature. Se volete subito un brano che vi ricordi il periodo 'ottantiano' e quindi “Surfing...” ma anche “Flying in a Blue Dream” allora sparatevi subito la veloce 'Nineteen Eighty' e vi sembrerà che il tempo non sia passato affatto. Nel suo stile: song veloce con cambi di tempo repentini, ritmica danzereccia e chitarra che fra strofa-ritornello-solos sembra coadiuvata da un cantante, ma invece il cantato non c'è.....e non se ne sente assolutamente la mancanza. Spesso tra le miriadi di peculiarità di questo mostro della sei corde troviamo questa capacità durante i solos di creare come delle 'frasi melodiche' basandosi solo su poche note, magari per la durata di un breve bridge, e poi riprendere in velocità e virtuosismo puro oppure passare alla strofa successiva. Lui usa molto la tecnica del pick tapping, un modo particolare di usare il plettro e creare un contatto ed effetti maggiori con le corde. E' questa la forza di Joe, non fa stancare nemmeno un attimo nonostante il suo disco sia strumentale e ridondante tecnica e mille peripezie tecnologiche. Un altro brano entusiasmante e originale è 'Ali Farka, Dick Dale, an Alien and Me' che si basa su ritmi afro soprattutto per quanto concerne la sezione ritmica con l'innesto di rumori, armonie e un guitar work da cardiopalma (il titolo di questa song prende vita dal nome di Ali Farka uno dei maggiori e importanti strumentisti africani e nel mondo, Dick Dale famoso surf rockers e alien and me, riferito a se stesso, Mr.Satriani). Prima avete letto la parola reggae vero? Eh si hehe....ascoltatevi le avvolgenti atmosfere di 'Here The Blue River' e capirete come una ritmica reggae possa essere resa stupenda da un fraseggio di chitarra e soluzioni all'avanguardia sonora proprie di questo axe man. Song stratosferica! Ma anche la conclusiva 'Yesterday’s Yesterday' coi suoi momenti acustici fa rivivere quasi atmosfere western-country con un solo difetto, dura troppo poco! Prorompente e pulsante è l'opener 'Shapeshifting' che incalza con un basso poderoso creando una atmosfera ricca di pathos nella quale si diletta il buon Joe e la sua Ibanez mentre più commerciale invece è 'Big Distortion', brano hard rock cadenzato che vi conquisterà al primo ascolto. Quando poi Joe si cimenta nei lenti allora c'è da godere come matti. E' sempre stato capace di song dall'altissimo feeling ed in questo caso vi rimando subito alle eufonie sublimi di 'Teardrops'; ascoltatela in cuffia, al buio, magari sorseggiando un buon whiskey. Superlativa. Un piccolo gioiello da avere assolutamente.
Roby Comanducci
Line up: Adam Nergal Darski – guitars, vocals, Sasha Boole – guitars, banjo, Matteo Bassoli – bass, synth, backing vocals, Lukasz Kumanski – drum, backing vocals
Tracklist: Run With The Devil feat. Jorgen Munkeby (Shining NOR), Coming Home feat. Sivert Høyem (Madrugada), Burning Churches feat. Mat McNerney (Grave Pleasures), By The River feat. Ihsahn (Emperor), Mestwo, Surrender feat. Dead Soul e Rob Caggiano (Volbeat), Deep Down South feat. Johanna Sadonis (Lucifer) e Nicke Anderson (Entombed), Man Of The Cross feat. Jérôme Reuter (Rome), You Will Be Mine feat. Matt Heavy (Trivium), How Come? feat. Corey Taylor (Slipknot), Rob Caggiano (Volbeat) e Brent Hinds (Mastodon), Confession feat. Niklas Kvarforth (Shining SE)
Ma guarda cosa ci combina, ed è anche la seconda volta essendo la seconda release, nientepopodimeno che il leader vocalist/guitarist dei Behemoth (famosa band in auge dal 1991 col suo black/death metal), Adam Nergal Darski: un album diametralmente opposto al metal, dalle sinfonie rock, folk, southern & acoustic rock. Incredibile. E questo è uno di quei casi dove si può parlare di “genio” compositivo e culturale di un artista. Non è da tutti proporre musica così lontana anni luce nello stile e riuscire nel migliore dei modi sfornando album assolutamente avvincenti e qualitativamente elevati. Questo “New Man....” è veramente un piccolo gioiellino di rock dove il nostro si cimenta sia come vocalist che come guitar player coadiuvato da una band di tutto rispetto e, soprattutto, aiutato dall'innesto di una serie lunghissima di guest star (che potete leggere nella tracklist). Onestamente non mi aspettavo un risultato così ricco di pathos, avvincente e soprattutto dedito a stilemi musicali molto introspettivi e coinvolgenti. Prendete la stupenda 'By The River' dall'incedere lento e cadenzato (ha come ospite Ihsahn degli Emperor), ma non una ballad tutt'altro; un sound che sembra gridare una sordida rabbia che poi si sviluppa verso la parte finale del brano aumentando (di poco) il ritmo e sfoggiando un autentico assolo di chitarra quasi da incorniciare per bellezza ed eufonia. In questo suo progetto Nergal sembra uscire dalla scuola di Nick Cave o J. Cash e il paragone non è affatto scomodo o esagerato, se ascoltate song quali l'ipnotica 'Man of The Cross' o la ballad acustica 'You Will Be Mine' capirete quello che ho appena scritto. Un bel rock, molto indie, è 'How Come?' con la presenza di Corey Taylor (Slipknot), Rob Caggiano (Volbeat) e Brent Hinds (Mastodon); un brano a più voci che farà innamorare l'ascoltatore al primo ascolto e sarà difficile togliervelo dalla testa. Come non menzionare poi il veloce country rock di una delle mie preferite 'Deep Down South' dove è presente come guest vocals la bella Johanna Sadonis (Lucifer). Da segnalare anche qui il pregevole solo di chitarra. Se invece volete un rock tendente all'hard allora ascoltatevi subito l'intrigante opener 'Run With The Devil' viceversa se siete curiosi e vi piace l'originalità saltate immediatamente alla conclusiva 'Confession'. In questa traccia ritornano echi del grande Cave e la lentezza del suono la fa da padrone con questa voce penetrante e calda accompagnata da cori sognanti dal forte lirismo e poi, di colpo, verso la fine, l'atmosfera sognante continua ma si sente solo in sottofondo perché parte un veloce brutal black metal sparato a mille che conclude il pezzo. Cioè....a dir poco originale e curioso ma sicuramente d'effetto. Un album degno di entrare a far parte della vostra preziosa collezione di dischi!
Roby Comanducci
