MATTEO MANCUSO “The Journey”

  • Artist: MATTEO MANCUSO
  • Release Date: Venerdì, 30 Giugno 2023
  • Genre: rock fusion, jazz
  • Production by: The Players Club - Mascot
  • Voto: 4.5

 

 

Line up: Matteo Mancuso Chitarre, Stefano India Basso, Giuseppe Bruno Batteria, Riccardo Oliva Basso, Gianluca Pellerito Batteria, Giuseppe Vasapolli Piano, Tastiere, Vincenzo Mancuso Chitarra

Tracklist: Silkroad, Polifemo, Falcon Flight, Open Fields, Drop D, Blues for John, Time To Leave, Samba Party, The Journey

In questi ultimi mesi sono tronfio di quello che mi è arrivato dalle labels come materiale da recensire italiano, o meglio, scritto e composto da artisti made in Italy. Tanto per capirci in questo ultimo periodo estivo ho avuto il piacere di lodare le gesta di Heel In The Club, Delirio and The Phantoms, Gabriele Bellini, tutti top albums che rendono gloria al nostro “paesello” da sempre relegato in secondo piano nel rock world rispetto allo strapotere straniero. Adesso ecco che mi spunta questo ventisettenne, Matteo Mancuso, siciliano doc e indiscutibilmente autentico prodigio della sei corde; qua siamo di fronte ad un talento come pochi, di quelli che “ne nasce uno ogni cent'anni” come narra un proverbio. Ma in questo caso proverbi e motti vanno lasciati stare poiché il qui presente figlio d'arte (suo padre Vincenzo Mancuso, chitarrista anche presente nel disco) sin dalla tenera età girava in lungo e in largo per la penisola a suonare (a dodici anni suonò al “Castelbuono jazz festival”.... non certo alla festa della birra!!! ...hehehe) e poi ha collaborato con tantissimi musicisti tra cui la PFM! La sua estrazione è chitarra classica e flauto traverso (diplomato) e poi si è sviluppata verso territori spiccatamente jazz e fusion. Da notare che su di lui hanno fatto lodevoli apprezzamenti gente del calibro di Al Di Meola, Steve Vai, Dweezil Zappa, Joe Bonamassa e Stef Burns. Cosa dire quindi? Onore e lode ad un giovane che si è dato alla musica in una delle sue massime espressioni a livello qualitativo tecnico/esecutivo e -anche- espressionistico. Il suo sound è molto particolare in quanto ha maturato una sua originale e particolare tecnica esecutiva con le dita. Difatti negli arpeggi, nei passaggi veloci, nei momenti di virtuosismo esasperato, riesce a “condire via” l'ascoltatore senza annoiare bensì fornendo quel pizzico di novità, freschezza compositiva e innovazione che solo i grandi della chitarra ci hanno saputo regalare negli anni. Questo è il debut album, tutto strumentale, che omaggia – se vogliamo fare un accostamento – i favolosi Dixie Dregs o i lavori solisti di Steve Morse. Rock fusion e jazz di prim'ordine con qualità inarrivabile per tantissimi e la capacità di passare da un genere all'altro con maestria ineguagliabile. Tutto questo viene mostrato nella superba “Drop D” (anche primo singolo estratto) dove il nostro passa da momenti fusion a un solo in chiave rock da antologia consacrando questa song come la più “rock oriented” di tutta la tracklist. Per il resto Matteo potrei definirlo senza paura di smentita il novello Allan Holdsworth italiano; in questo disco mi sembra di riascoltare passaggi di “The Sixteen Men of Tain”, uscito nell'oramai lontano 2000. Particolare anche “Open Fields”, suadente e ricca di pathos nei primi cinque minuti per poi accelerare nell'ultimo minuto verso un rock sostenuto e ficcante. Intrigante il blues di “Blues for John”, dove una chitarra indubbiamente bluesy spadroneggia su una ritmica di matrice jazz. Gioiellino. Ritroviamo poi l'anima di Holdsworth su “Time To Leave” e “Polifemo” mentre nell'opener “Silkroad” abbiamo sentori di Steve Vai. Un album per veri intenditori di musica, della chitarra e dei suoi mille colori ed emozioni che riesce a regalare.

Roby Comanducci