Giugno 2020
Martedì, 30 Giugno 2020 01:56

ARCHON ANGEL “Fallen”

 

 

Line up: Zak Stevens – vocals, Aldo Lonobile – guitars, Yves Campion – bass, Marco Lazzarini – drums, Antonio Agate – piano and keyboards.

Tracklist: Fallen, The Serpent, Rise, Under the spell, Twilight, Faces of innocence, Hit the wall, Who’s in the mirror, Brought to the edge, Return of the storm

Oggi recensiamo un interessante album che, nella bio, alla voce “genere” va sotto “Heavy Metal”: ehm, un po’ generico. Più semplice ricostruire le intenzioni dei protagonisti, prima di accedere alle tracce, semplicemente presentandoli. Il progetto nasce dalle idee messe in comune da Aldo Lonobile (Secret Sphere) e, ehm, mr. Zak Stevens (Circle II Circle e Savatage) durante le registrazioni di “Return to Eden”, lavoro solista di Timo Tolkki (già con … dai, non mi fate ulteriormente ribadire l’ovvio). Già questo basterebbe e definire il concept musicale di questo lavoro, chiaramente fatto salvo che i due esperti musicisti non volevano sperimentare qualche variazione sulle loro tipiche coordinate artistiche (sarebbe stato lecito) ma cercare invece una nuova e interessante realizzazione in tema di power epico e melodico, sulla scia proprio di quel progetto meraviglioso e mai troppo rimpianto che furono i Savatage. A completare il team intervengono, ed è bene citarli per inquadrare il lavoro, come aiuto compositori, Simone Mularoni (DGM, Sweet Oblivion) e Alessandro Del Vecchio (ovviamente compagno di band di Aldo negli Edge of Forever, nonché con una lunga serie di collaborazioni alle spalle, di cui abbiamo spesso parlato su queste pagine). Mi scuso per la lunga ma doverosa introduzione, e veniamo al racconto di cosa si trova in questo album. L’ascolto delle tracce, a livello artistico, lascia una chiara e netta impressione: quello che colpisce è la eccellente prestazione vocale di Zak, una certezza nel dare espressività e pathos ai pezzi, in ottima forma e capace di rendere la giusta potenza alle song, elemento necessario per ricreare le atmosfere più pregnanti del genere proposto. Il genere, mi va di spendere qualche parola, è quel mix di heavy e melodia che ai tempi dell’esplosione del power (fine anni ’90) ha conosciuto il suo massimo successo commerciale, essendo però ben presente da prima nel panorama metal. A tal fine le linee vocali si adattano, dai momenti dove si cerca la melodia e i toni bassi (“Brought to the edge”) a quelli dove ci si avvicina di più alle radici stesse del genere, più aggressive e da metal classico (“Under the spell”). Non bisogna certo dimenticare, sebbene sia implicito, l’ottimo lavoro in sede di composizione e arrangiamento, che forse non sperimenta eccessivamente in questi ambiti, ma non è una scusa: le composizioni hanno un ottimo impatto e ripropongono bene le vecchie atmosfere che si cerca di riproporre. Possiamo trovare una linea di novità forse dopo la metà del disco, ove si ha un certo maggior sfruttamento degli effetti sonori e delle linee di tastiera, quasi ad ammiccare al genere delle colonne sonore cinematografiche, calcando il tono epico delle composizioni man mano che diventa più pregnante la narrazione del concept, stavolta narrativo, del disco, ovvero l’epica dell’”Archon Angel” a cui la band deve il nome. Non mi dilungo su tale aspetto ma vi consiglio di approfondirlo appena possibile. Completano il quadro del disco le ottime interpretazioni musicali degli strumentisti: la sezione ritmica è attenta alla precisione e a dare la giusta marzialità, dove serve, per dare la base per le linee vocali, e pure l’arrangiamento delle linee di chitarra appare in certi momenti sacrificato per dare il giusto spazio espressivo alla voce di Zak. Per il ruolo delle tastiere vale il commento precedentemente espresso sull’epicità del genere, e non si può non menzionare l’ottimo lavoro in fase produttiva, che restituisce una chiarezza cristallina dei suoni perfetta per ricreare le atmosfere epiche e melodiche del disco. Un ottimo lavoro, sognante e aggressivo alternativamente, che invoglia decisamente all’ascolto; vi consiglio decisamente questo disco, quale che sia il vostro genere di metal favorito.

Nikki

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Venerdì, 26 Giugno 2020 02:00

DIRTY SHIRLEY “Dirty Shirley”

 

 

Line up: Dino Jelusic – vocals, George Lynch – guitars, Trevor Roxx – bass, Will Hunt - drums

Tracklis: Here comes the king, Dirty Blues, I Disappear, The Dying, Last Man standing, Siren Song, The voice of a soul, Cold, Escalator, Higher, Grand Master

La bio ci rivela la peculiarità della nascita di questa band, che è decisamente opportuno riportare qui: questo progetto nasce a seguito della ben valutata attività del singer Dino Jesulic con la sua band, gli Animal Drive, che hanno attirato l’attenzione nientemeno che di mr. George Lynch! Ne è quindi nato il desiderio di avviare un progetto, il cui esito è il platter che ci troviamo tra le mani. Le doti di Dino sono immediatamente evidenti ascoltando le tracce di questo lavoro: una voce graffiante, espressiva, dall’ottima estensione che si adatta ai pezzi più aggressivi così come alle parti più “interpretate”. Non sorprende quindi che nei desideri di Mr. Lynch non potesse che essere la linea vocale più adatta per riprendere un discorso compositivo molto classico, legato all’hard rock 70s, sia quello dei Lynch Mob che gli diedero al popolarità, sia quello di estremo successo di band come i Whitesnake (e in certi momenti la vicinanza tra le linee liriche di Dino e quelle più storiche di Mr. Coverdale è decisamente appariscente). Il risultato è ambivalente stilisticamente ma decisamente positivo; cerca infatti di ripercorrere in modo innovativo una serie di strutture melodiche che già si conoscono, a volte sfruttando melodie strumentali che richiamano fortemente gli anni passati (penso alle tastiere di “The Voice of a soul”). Quello che rende però fortemente interessante questo lavoro è quanto traspare dal lavoro compositivo, che è di ottimo livello. Non ci sono momenti di stanchezza nel disco, che riprende come se non fossero passati svariati decenni il discorso di quegli anni, ridandogli vitalità e risultando decisamente accattivante. La prima metà è più orientata ai toni aggressivi e a ritmi veloci, mentre da metà in poi (oltre alla già citata “The voice of a soul” mi viene in mente la successiva “Cold”) abbiamo canzoni maggiormente d’atmosfera con ampi influssi blues. Un discorso a parte merita la produzione firmata da Dino Jesulic stesso, con una mano da parte di Alessandro del Vecchio (che ben conosciamo) in fase di missaggio: a rompere la continuità sonora con l’hard rock 70s contribuisce una pulizia cristallina dei suoni che non stona e anzi rende il discorso musicale ancora più appetibile. Per finire, i fan dei Lynch Mob e del classico hard rock 70s non rimarranno certamente delusi; ma io credo che valga la pena tenere da conto questo disco per gli appassionati di tutti i generi, come ottima rinnovata rappresentazione di alcune linee musicali basilari per tutto quanto è venuto dopo e che in queste tracce trova nuova freschezza.

Nikki

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Sabato, 06 Giugno 2020 02:03

REVOLUTION SAINTS “Rise”

 

 

Line up: Deen Castronovo – vocals, drums, Jack Blades – additional vocals, bass, Doug Aldritch – guitars. Guest musician: Alessandro del Vecchio- keyboards, chorus, Lunakaire- additional vocals on “Talk to me”

Tracklist: When the heartache has gone, Price we pay, Rise, Coming home, Closer, Higher, Talk to me,It’s not the end (it’s just the beginning), Million Miles, Win or lose, Eyes of a child

No davvero, non avrei saputo immaginare un modo migliore di iniziare l’anno se non con questo splendido disco. I Revolution Saints sono un super-gruppo (mia definizione, ma non credo ci siano dubbi) che vede alla voce Deen Castonovo (Journey, Bad English) in collaborazione, dietro il microfono, con Jack Blades (Night Ranger); i due si occupano anche della sezione ritmica della band rispettivamente alla batteria e al basso. La formazione della band è completata da un nome che non necessita presentazione, parliamo signori nientemeno che di Mr. Doug Aldritch! Al lavoro ha poi contribuito fortemente una nostra vecchia conoscenza, ovvero Alessandro Del Vecchio ancora una volta al lavoro con autentici miti della scena Hard’n Heavy. La collaborazione nel caso è stata decisamente importante, avendo Alessandro prodotto il disco, suonato le tastiere nonché collaborato alla composizione di parte delle song. Dopo una così lunga introduzione meglio non perdere ulteriormente tempo e dedicarsi a parlare di musica. Melodic Hard rock con fortissime influenze 80s, ma con accenni heavy molto forti e tinte aggressive nella maggior parte delle song: questo in estrema sintesi quanto troverete in questo lavoro, e tutto è creato di una qualità eccelsa. Penserete stia esagerando, e ammetto onestamente che è possibile, come sempre quando si accoglie un lavoro con una certa dose di entusiasmo. Vado allora a spiegarvi come mai ho questa opinione. Il lavoro si presenta con un’ottima attenzione per l’orecchiabilità e la carica “empatica” dei pezzi, che puntano tutto sulla melodia così come, comunque, su una certa aggressività ritmica, basando il nucleo portante del disco su ritmi veloci ben supportati dall’ottima sezione melodica. Accanto a diversi interessanti lenti (su tutti direi la song #7, “Talk to me”) abbiamo così numerosi pezzi che fanno orecchiare il miglior hard da classifica 80s, naturalmente corroborato da una prestazione vocale decisamente sopra le righe di Mr. Castronovo, la cui estensione vocale ed espressività danno sicuramente una marcia in più ai pezzi. A livello tecnico la prestazione è decisamente ineccepibile in tutte le parti, mentre la produzione è a ottimi livelli, e permette di sottolineare con cristallina chiarezza tutte le linee sonore. Notevole a mio modo di vedere come riesca a unire linee di tastiere espressive e linee ritmiche di chitarra comunque aggressive (traccia #6, “Higher”, ad esempio). La pecca di questo disco si può trovare ed è probabilmente un deficit nell’innovatività del sound: la band si appoggia comunque a ben rodate strutture espressive, come detto, riuscendo ovviamente a gestirle in modo altamente appetibile. Si tratta dunque di un ascolto consigliatissimo e che sicuramente rimanda alla speranza di un live nei prossimi mesi nel nostro paese. Vedremo!

Nikki

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