Novembre 2020
Domenica, 29 Novembre 2020 00:56

JOHN PETRUCCI “Terminal Velocity”

 

 

Line up: John Petrucci – guitar, Dave LaRue – bass, Mike Portnoy – drums

Tracklist: Terminal Velocity, The Oddfather, Happy Song, Gemini, Out Of The Blue, Glassy-Eyed Zombies, The Way Things Fall, Snake In My Boot, Temple Of Circadia

E bravo Mr.Petrucci che torna al disco solista dopo quindici anni, il suo primo solo “Supended Animation” è datato 2005, e lo fa nel migliore dei modi aiutato nientepopodimeno che da Mr. Portnoy, a circa dieci anni dalla sua dipartita dai Dream Theater e con al basso il fedele amico Dave LaRue (già presente nel suo primo disco solista, nda). Allora ragazzi, cosa ne dite? Varrà la pena di spendere i vostri soldini per questo disco strumentale o siamo di fronte ad una noiosa esibizione di sterile tecnica? La risposta è che il disco è un vero concentrato di energia e originalità con song alle quali manca solo un cantato in quanto strutturate in modo da poter essere rielaborate e non solo come un mero virtuosismo di chitarra. Il nostro si mette al servizio della canzone e riesce a non annoiare l'ascoltatore ma anzi, lo tiene incollato con continui cambi tempo, particolari fraseggi, armonie e passaggi a volte iper tecnici ed altre volte più easy che si conficcano nella testa e non vanno più via. Un album versatile quindi, che omaggia sicuramente alcuni stilemi della band madre di John, i Dream Theater, ma che vola anche verso stilemi differenti e affronta passaggi e mix musicali di forte impatto. Basta ascoltarsi la bellissima e ammaliante 'Happy Song' per farsi un'idea; ritornello orecchiabile e raffinato che si sviluppa poi in un guitar work tecnico ma solare e da vasto airplay. L'esatto opposto lo riscontriamo nella tecnica sopraffina presente su 'Gemini', brano che accarezza diversi stilemi dal prog metal a passaggi armonici di notevole spessore per arrivare a proporre una sorta di flamenco- latin guitar d'eccezione e riprendere poi portentoso con arpeggi e scale veloci sino alla fine. Altro cambio strutturale lo troviamo nella stupenda 'Out Of The Blue', eccellente lento e autentica perla che si diletta in una sorta di rivisitazione del blues in “chiave Petrucci”, ma sembra comunque di ascoltare alcuni pezzi del compianto ed intramontabile Gary Moore. Assolutamente carica di pathos ed ammalianti eufonie che vanno a bilanciarsi con la parte più heavy dei riff di un guitar work impeccabile è 'The Way Things Fall', song di grande scuola che farà impazzire tutti i patiti della sei corde. In ogni caso tutte le tracce presenti sono degne di nota e concorrono ad inserire questo lavoro nella mia personale top albums 2020. Grazie per averci regalato “Terminal Velocity” John, con le tue note sarà un Natale sicuramente più bello!

Roby Comanducci

 

Published in Albums
Venerdì, 20 Novembre 2020 23:22

TUNGSTEN "Tundra"

 

 

Line-up: Mike Andersson - vocals, Nick Johansson – guitars, Karl Johansson - bass, screams & keyboards, Anders Johansson - drums

Tracklist: Lock And Load, Volfram's Song, Time, Divided Generations, King Of Shadows, Tundra, Paranormal, Life And The Ocean, I See Fury, This Is War, Here Comes The Fall

Eccoci dunque a recensire il secondo parto discografico della creatura fondata dal celebre e talentuoso batterista Svedese Anders Johansson che molti ricorderanno alla corte di Hammerfall, Y.J Malmsteen's Rising Force, Manowar, senza contare svariate collaborazioni. Il nostro, qui accompagnato dai figli Karl al basso, scream vocals, tastiere e Nick alle chitarre e con l'aggiunta del bravo vocalist Mike, ci regala un album assolutamente accattivante, originale e ricco di spunti interessanti. Il suono di questa band è un mix che a tratti sembra vedere i Magnum (nei passaggi pomp e folk) adeguatamente “metallizzati” con tinte power metal e a tratti sinfoniche (Hammerfall su tutti....) e alcuni passaggi ritmici cari ad un sound quasi nu metal. Si miscela un heavy potente ma al tempo pregno di melodie con testi fantasy e passaggi a volte pomposi che però inseriscono addirittura delle scream/growl vocals come accompagnamento (solo in qualche song). Classico esempio di quanto appena scritto è la poderosa ma al contempo pomposa opener 'Lock and Load'. Un disco molto particolare quindi, che va ben ascoltato e che dopo qualche passaggio vi conquisterà e non riuscirete a toglierlo dal vostro lettore cd. Notevole la sezione ritmica che oltre al prezioso lavoro di drumming del veterano Anders, troviamo un eccelso bass-working del figlio Karl che, come precisato sopra, si occupa anche delle parti cantate in scream/growl vocals e al lavoro alle keyboards anch'esso valido supporto che arricchisce il sound del gruppo. Il lato greve della band lo possiamo ascoltare in song quali 'Divided Generations' dove un power metal viene iniettato di passaggi di moder (hard) rock con interessanti aperture ariose di keyboards sound ma sempre basati su una sezione ritmica rocciosa. Quasi anthemica la successiva 'King of Shadows' che ci prepara alla bella title track, eccellente heavy metal song che unisce anche qualche accenno alternative (leggasi Rammstein....) per poi deliziarci con un ritornello orecchiabile e tornare a 'picchiare' decisa e feroce nell'accelerazione prima del finale con tanto di cantato in growl. Particolare 'I See Fury' che riesce nell'arduo compito di miscelare passaggi folk metal a momenti speed e pseudo – nu metal, assurda! In definitiva un disco molto originale che potrà piacere a diversi “palati” musicali. Bravi Tungsten!

Roby Comanducci

Published in Albums
Mercoledì, 11 Novembre 2020 00:59

L.A. GUNS “Renegades”

 

 

Line up: Kelly Nickels - bass, backing vocals, Steve Riley - drums, percussion, backing vocals, Scotty Griffin - lead guitar, backing vocals, Kurt Frohlich - lead vocals, rhythm guitar

Tracklist: Crawl, Why Ask Why, Well Oiled Machine, Lost Boys, You Can’t Walk Away, Witchcraft, All That You Are, Would, Renegades, Don’t Wanna Know

Ci eravamo lasciati un anno fa circa con l'ottimo “The Devil You know”, un bel dischetto per la gioia di vecchi e nuovi fans. L'anno successivo che succede? E' proprio un anno da dimenticare questo bisestile 2020 e “Le Pistole di Los Angeles” hanno ben pensato di stravolgere (ancora una volta!!!) la formazione con la fuoriuscita dei due leader Tracii Guns e Phil Lewis ed il rientro, invece, della sezione ritmica originale dei primi album, Riley – Nickels. Cosa sia successo onestamente non lo sappiamo (non ci piacciono i gossip ma se lo sapevamo sicuramente ve l'avremmo detto, nda) sta di fatto che un disco marchiato LA Guns non può essere tale con la mancanza del duo sopracitato. Non me ne vogliano i puristi che sentenzieranno che comunque in questo “Renegade” sono rientrati due membri della prima gloriosa formazione: senza l'ugola di Phil e i fraseggi di Tracii non è la stessa cosa ma, soprattutto, i due in questione eccellono nel songwriting, nella composizione che in questo nuovo disco è assolutamente scialba e piatta. I nostri hanno sì mantenuto lo “stile LA Guns” ma il risultato finale è un album che avrebbe potuto farlo chiunque, anche una band alle prime armi. I cliché del genere si susseguono, manca mordente e anche la voce di Kurt, seppur non brutta, è abbastanza asettica ed inespressiva. La band di “Malaria” poi non deve pubblicare una ballad tanto semplice quanto scontata e banale come ' You Can’t Walk Away' e deve saper “mordere” nell'incedere dell'album; in questo “Renegades” invece canzone dopo canzone rimaniamo attoniti dalla monotonia e dalla poca originalità espressa. Onestamente mi dispiace scrivere queste cose perché amo questa band e sono sicuro che, magari, a chi non ha mai seguito bene Lewis & Co l'album potrà anche piacere per passare una quarantina di minuti con uno street rock sempliciotto e poco impegnativo ma questi non sono gli LA Guns che conosco, sono un tentativo riuscito male di portare avanti un glorioso nome. Peccato.

Roby Comanducci

Published in Albums
Venerdì, 06 Novembre 2020 23:42

COREY TAYLOR “CMFT”

 

 

Line up: Corey Taylor - vocals, guitars, piano, Christian Martucci - guitars, backing vocals, Zach Throne - guitars, backing vocals, Jason Christopher - bass, backing vocals, Dustin Robert - drums, percussions, backing vocals, Walter Backlin: keyboards

Tracklist: HWY 666, Black Eyes Blue, Samantha’s Gone, Meine Lux, Halfway Down, Silverfish, Kansas, Culture Head, Everybody Dies On My Birthday, The Maria Fire, Home, CMFT Must Be Stopped, European Tour Bus Bathroom Song

Eh già, guarda cosa mi tocca fare, non l'avreste mai creduto possibile vero? Il sottoscritto che recensisce il disco solista del leader di quei pazzi squinternati che rispondono al nome di Slipknot? Naaaaa...impossibile. Ed invece no, è possibilissimo, soprattutto se si sta parlando di un Artista con la “A” maiuscola. Ammetto, e chi mi conosce bene lo sa, di non essere mai stato in passato un estimatore del nu metal e affini anzi, avrei voluto vedere morto quel genere con tutto me stesso! Mi ricordo ancora il debutto dei pazzi dello Iowa nel lontano 1999: per me fu un colpo al cuore....e anche dopo averli visti dal vivo (al tempo ero giornalista per Flash e fotoreporter ai vari concerti, nda) non riuscivo a digerirli. Poi son passati gli anni e....mi sono aperto anche a nuove linee musicali riuscendo ad apprezzare anche questi matti travestiti con le maschere; riuscii ad apprezzarne il vigore, la rabbia ma anche il forte impatto sonoro ed anche alcune trovate geniali su “Iowa” e “Vol 3 (The Subliminal Verses). In ogni caso c'era un fattore importante in quella band (c'è...visto che sono tuttora attivi hehehe) e si chiama Corey Todd Taylor, onestamente e senza osannare, una delle migliori voci che il panorama rock ed estremo abbia tirato fuori in questi aridi e ultimi anni. La gioia poi mi è salita quando il nostro si è dilettato con l'altra band gli Stone Sour, eccellente combo di alternative crossover metal e, ancor di più, in tante guest apparition su singoli, song varie e band interpretando canzoni lontane anni luce dalla crudezza alternativa ma capaci di abbracciare stilemi rock, hard rock, hard blues o heavy rock!!!!! La sua è una voce calda, ammaliante, leggermente rauca, pulsante ed al tempo stesso melodica. Tutto questo lo riscontriamo in questo bellissimo nuovo e primo album come solista “CMFT” dove il nostro, accompagnato da eccellenti musicisti, ci regala un disco di rock duro con accenni blues e addirittura country (in alcuni passaggi) e altri momenti più heavy-alternative oriented. Se volete una song da vasto airplay radiofonico da ascoltare a palla d'estate andate subito al godurioso rock (con tinte pop) di “Kansas” che ci rimembra i King Of The Sun e vi assicuro che ne rimarrete soddisfatti. Ma ogni song in questo lavoro è un'autentica sorpresa. Prendete il pulsante e cadenzato heavy rock di “Culture Head”, basta sentire il raffinato lavoro di basso e la voce di Taylor che svetta sovrana su tutto per avere una scossa di adrenalina nella schiena. Volete veramente valutare l'ugola di Corey? Allora la lenta e stupenda “Home” farà al caso vostro, impreziosita da piano e violini che fanno da tappeto sonoro alla corposa interpretazione del singer. Eccelsa! Ma il disco parte già in 'pompa magna' dalla prima song, 'HWY 666 ' un violento -passatemi il termine- western-hard'n'roll dove atmosfere da saloon si intrecciano a poderosi fendenti di chitarra e passaggi blues e simil country che riempiono il tutto rendendo il sound corposo e selvaggio. 'Black Eyes Blue' invece rallenta il ritmo ( è anche il primo singolo estratto dell'album se non erro....) dedita ad un rock mainstream, con tanto di chitarra acustica in accompagnamento ad un sound comunque elettrico ma indubbiamente “radiofonico”. In certi tratti questo album sembra sulla linea dell'altro piccolo capolavoro di Me And That Man “New man, New song....”, album solista di un altro interprete, Adam Nergal Darsk, leader dei black metallers Behemot (trovate la nostra recensione nella sezione review) alle prese con un sound bluesy, southern & folk. Arriviamo quindi alla stranezza totale per un musicista qual'è Taylor, la song ' Samantha’s Gone'. Ragazzi, qui siamo al cospetto di una song dalle linee strutturali care a band glamour dei primi eighties; le chorus line stanno li a dimostralo, catchy, ruffiane, il ritornello di chitarra amabile nella sua banale ripetitività e stop and go in sequenza. Una song così l'avrebbero potuta fare tranquillamente gli Hanoi Rocks!!!! E' per queste cose che ho iniziato ad amare questo singer. Per la sua versatilità e lungimiranza nel capire cosa va suonato e come deve essere suonato sbattendosene dei giudizi e quindi propinando sempre ottima musica. Arriva il momento dell'adrenalina pura al limite tra un punk rock violento ed un rock'n'roll tiratissimo, stiamo parlando della bellissima 'Meine Lux' che vi farà fare headbanging sul vostro divano di casa!!! Meno veloce e cadenzata nel suo modern (hard)rock è la successiva 'Halfway Down' che ci prepara alla lenta -ma non è una ballad- 'Silverfish', una bella canzone che parte e finisce con melodie ricercate ed ammalianti e nella parte centrale prende vigore e corpo. Sicuramente Corey non dimentica la sua parte più alternativa e crossover e la possiamo ascoltare su 'Everybody Dies On My Birthday' o meglio ancora 'CMFT Must Be Stopped' ribelle e violenta grazie all'apporto di due guest rapper Tech N9ne e Kid Bookie. Un altro cambio stilistico lo abbiamo nel rock di 'The Maria Fire' che suona molto retrò, molto 'anni novanta' e per concludere questo disco il nostro singer ci piazza il potente tharsh-core 'European Tour Bus Bathroom Song' in puro stile S.O.D (band anni ottanta fondata da Billy Milano e Scott Ian....). Non ci sono dubbi o incertezze: “CMFT” rientra nei migliori dieci dischi finora ascoltati in questo (tormentato) 2020. DOVETE averlo!!

Roby Comanducci

Published in Albums
Mercoledì, 04 Novembre 2020 23:48

JEFF SCOTT SOTO ‘Wide Awake (In My Dreamland)’

 

 

Line up: Jeff Scott Soto – vocals, Fabrizio Sgattoni – guitars, Alessandro Del Vecchio – bass, keyboards, guitars, chorus, Edu Cominato – drums, August Zadra – chorus, guitarson ‘Between The Lines’

Tracklist: CD1: Someone To Love, Mystified, Love’s Blind, Without You, Lesson Of Love, Paper Wings, Love Will Find A Way, Between The Lines, Living In A Dream, Wide Awake (In My Dreamland),Desperate. CD2: Drowning (live), 21st Century (live), Believe In Me (live), Look Inside Your Heart (live), Eyes Of Love (live), Band Intros (live), Soul Divine (live), Our Song (live), Holding On (live), I’ll Be Waiting (live), Stand Up – feat. Dino Jelusick (live)

Ed eccoci giunti al disco n°… mmm facile come inizio di recensione vero? Infatti, per non stare a consultare troppo Internet in cerca di informazioni, vi dirò subito: non è importante a quale uscita siamo arrivati, quanto è importante è che la carriera pluridecennale di Mr. Scoto continua e abbiamo tra le mani una sua nuova opera, dove possiamo goderci le sue indiscutibile doti vocali. Premettiamo l’unica nota preliminare che serve, ovvero che alla produzione e composizione in questo disco ci ha lavorato il “nostro” Alex del Vecchio, e lo dico non certo per orgoglio “nazionale” ma per rimarcare che, come peraltro ci si poteva attendere, abbiamo a che fare con un nuovo lavoro di questo ormai affermato polistrumentista, autore e produttore italiano, da cui naturalmente ci attendiamo un lavoro di qualità. Detto questo, la cosa migliore come sempre è passare all’ascolto e commentare quanto ci viene offerto. La partenza, nelle prime song, è all’insegna del classico e aggressivo power/heavy ottantiamo dove accanto alla grinta delle ritmiche la voce di Jeff si esprime in un territorio consueto (se così vogliamo dire); tornano facilmente alla mente diversi episodi pluricelebrati della sua carriera (Talisman, W.E.T.) in cui la timbrica potente si esprime in pezzi dall’architettura forse immediata ma impreziosita dalla caratura strumentale della band. Con le successive “Love’s blind” e “Without you” si passa a toni più pacati, con una ballad e una sorta di power ballad dove l’estensione vocale e l’espressività del singer dicono la loro. Procedendo con il disco troviamo una procedere attraverso variazioni di questo tipo, dal groove di “Love will find a way “ al lento epico di “Desperate”, passando per la title track, decisamente il picco del disco per me, una cavalcata ‘heavy molto diretta e che permette, accanto all’ugola di Jeff, di veder passare in rassegna le doti dei validissimi membri della sua band, a cominciare dall’axe-man Fabrizio Sgattoni. Ultima chicca, il disco 2: questo album contiene in aggiunta un set dei pezzi eseguiti durante l’esibizione del Frontiers festival del 2019, una sorta di greatest hits live. Serve aggiungere altro? Mi sembrerebbe strano. Quindi aggiungo solo: un ottimo disco, buon ascolto!

Nikki

Published in Albums
Lunedì, 02 Novembre 2020 23:52

SPEED STROKE “Scene of the Crime”

 

 

Line up: Jack – vocals, D.B. - lead guitar, Michael - rhythm guitar, Fungo – bass, Andrew - drums

Tracklist: Heartbeat, 02. Scene Of The Crime, After Dark, Soul Punx, No Love, Red Eyes, Out Of Money, Who Fkd Who, One Last Day, Hero No.1

E' sempre con immenso piacere poter constatare che anche la nostra “Italietta” ogni tanto – e pur avendo dato vita ad una scena metal ristretta ma validissima tra fine settanta ed inizio eighties- si rifaccia viva presentandoci qualche combo di musicisti con la “M” maiuscola, gente che possa vivere di luce propria e non semplici e futili fotocopie del mercato d'oltreoceano. Ammesso e concesso che anche “oltreoceano” la situazione latita oramai da anni e gli acts più interessanti provengono dal nord europa noi, perlomeno, ogni tanto qualcosa di interessante lo buttiamo fuori. E' infatti il caso dei bravi Speed Stroke, band comunque oramai navigata e non certo alle prime armi, con all'attivo tre album (compreso questo nuovo “Scene...”), la partecipazione alla compilation-tributo alla memoria del compianto Deve Lepard (Crashdiet) e oltre 10 anni di live acts da soli e di supporto a band blasonate quali Reckless Love, Backyard Babies, Hardcore Superstar, Gotthard, Phil Campbell, Tigertailz e tanti altri. Il loro street/sleaze rnr è dirompente, sfacciato, grintoso e graffiante al punto giusto. Mai esagerato ma sempre calibrato e forte di una buona dose di originalità che, di questi tempi, non guasta certamente. Si sprecano gli anthem, gli up tempo veloci e carichi di adrenalina, i coretti ammiccanti che si conficcano nel cervello e non vanno più via, i brevi ma infuocati solos di chitarra e le cosiddette “party song”, tanto care negli anni ottanta e che qui vengono eseguite con perizia e maestria. Anche nei momenti più tranquilli come la semi-ballad 'No Love' i nostri riescono ad essere “cattivi” rimembrando le gesta dei mitici Twisted Sister (...e scusate se è poco!!!!!) oppure veloci e dirompenti come un treno nella funambolica ' Out Of Money'e duri e pesanti in stile Skid Row periodo “Slave to the Grind” nella bellissima title track. Non si riesce a star fermi durante l'ascolto di questo album e la voglia di ballare e pogare sul divano prende il sopravvento, soprattutto quando parte la veloce 'Soul Punx' che vi lascerà storditi come dopo una forte scossa elettrica. Intrigante anche la vera ballad 'One Lat Day', impreziosità da un'ottima interpretazione vocale del bravo singer Jack. Un album, questo “Scene of the Crime” che ogni amante del sano rock'n'roll deve assolutamente possedere. Bravi Speed Stroke, spero adesso di rivedervi presto (situazione virologica permettendo) ad uno dei vostri portentosi live!

Roby Comanducci

Published in Albums
Domenica, 01 Novembre 2020 01:07

ORIANTHI “O”

 

 

Line-up: Orianthi Panagaris - guitars, vocals, programming, Evan Frederiksen - drums, bass, Marti Frederiksen - percussion, programming, bass on Track 3.

Tracklist: Contagious, Sinners Hymn, Rescue Me, Blow, Sorry, Craswling Out of the Dark, Impulsive, Streams of Consciousness, Company, Moonwalker


Bellissima (in tutti i sensi hehehe) questa novità discografica: l'ultimo full lenght album a distanza di sette album da un lavoro in studio della bionda guitar hero lascia sicuramente spiazzati in senso positivo. L'australiana regina della sei corde si è fatta conoscere non solo per la sua lodevole tecnica musicale e i suoi precedenti album ma soprattutto per essere stata la chitarrista nientepopodimeno che Michael Jackson, Carlos Santana, Carrie Underwood, Alice Cooper, Michael Bolton e molti altri. Questo “O” è un autentico concentrato di maestria solista miscelata a forti dosi di melodia e stemperata da passaggi innovativi e dediti ad un modernismo giustamente dosato e calibrato. Un disco rock a tutto tondo senza cedimenti dove la chitarra ma anche la (bella) voce della Signora Panagaris si mette in evidenza e da il suo contributo impreziosendo ulteriormente le composizioni. Inoltre abbiamo un eccelso supporto in fase di sezione ritmica dei fratelli Frederiksen. Dieci tracce tutte di elevata cartura tecnico-compositiva e tutte capaci di dare la scossa di adrenalina ma anche di cullare ammaliando l'ascoltatore in un vortice di sensazioni. Si parte con 'Contagious', song dedita ad un modern rock dove, in certi frangenti, sembra riaffiorare il fantasma di Rob Zombie, anche se poi la canzone vive di luce propria grazie alla grinta della nostra biondina alla sei corde ed alle vocals. La successiva 'Sinners Hymn' verte anch'essa su sinfonie moderniste post anni zero e dovrebbe far felici i più giovani tra voi che cercano qualcosa di nuovo e diretto con una particolarità nel guitar solo che va in controtendenza della song essendo molto “settantiano” con tanto di effetto wah-wah a farla da padrone. Si prosegue con la più pacata ma non lenta - assolutamente- 'Blow, song accattivante che alterna momenti più tranquilli ad un poderoso guitar riffing. Con 'Sorry' torniamo a stilemi moderni e dediti ad un sound che unisce commerciabilità e iniezioni rock moderatamente controllate ed impreziosite da un ottimo arrangiamento. Arriva quindi il momento del primo lento, una ballad semi-acustica dove spicca la bella voce della chitarrista di Adelaide che lascia poi spazio alla sua sei corde regalandoci un breve ma prezioso solos che fa però da “ornamento” al forte pathos emanato da questa canzone. La seguente 'Impulsive' scivola via senza infamia e senza lode, graziosa nel suo fm rock da vasto airplay e si arriva dunque al rock più 'aggressive' di 'Streams of Consciousness' dall'andamento quasi “cadenzato” e sempre e comunque impreziosito dal guitar work della nostra Orianthi. Particolare, con tanto di suoni e programming vari l'alternativa e ammaliante 'Company'; song anch'essa da vasto airplay ma molto particolare nell'arrangiamento andando a strizzare l'occhio ad una certa pop music d'autore elegantemente suonata e comunque brano che si merita, in quanto a originalità, un plauso particolare. Rimembra un poco certe atmosfere care al mito Gary Moore nel suo album 'Dark Days in Paradise” del '97, dove aveva osato abbracciare altri stili con risultati a dir poco soddisfacenti per il sottoscritto ma catastrofici a sentire i giudizi della “critica” mondiale. Questo album chiude con un altro lento, 'Moonwalker', che ha dalla sua un potentissimo concentrato di eufonie e melodie dalle quali si eleva una lodevole interpretazione vocale di Orianthi che poi va a concludere con un solos bluesato e sigilla un disco di indubbio valore. Non aspettatevi, in questo lavoro, lunghe e, talvolta, noiose parti soliste e masturbazioni alla ricerca della velocità o dell'iper tecnicismo: Orianthi non ne ha bisogno, e ci ha regalato -per fortuna- un album dove la chitarra si mette al servizio della melodia e delle emozioni pure. Da avere!!!!

Roby Comanducci

Published in Albums
Domenica, 01 Novembre 2020 00:55

REB BEACH “A View From The Inside”

 

 

Line up: Reb Beach – guitars, bass on 4, 9, keyboards on 4, 6, strings on 10, David Throckmorton – drums (except on 6), Robert Langley – drums on 6, Michele Luppi – piano on 3, 10, Phillip Bynoe – bass on 1, 2, 3, 8, 10, John Hall – bass on 5, 6, 7, Paul Brown – keyboards on 1, 2, 5, 7

Tracklist: Black Magic, Little Robots, Aurora Borealis, Infinito, Attack Of The Massive, The Way Home, Whiplash, Hawkdance, Cutting Loose, Sea Of Tranquility

Grandissimo chitarrista, il qui presente Reb Beach è uscito con una nuova “prova” solista, dopo quel “Masquerade” targato 2001 o ancor prima il misconosciuto “The Fusion Demos” (1993), e lo ha fatto nel migliore dei modi. Un classico album strumentale, in linea e stile con quelli che uscivano trent'anni orsono nell'epopea Varney e la sua scuderia di velocisti della sei corde. Dalla sua, questo “ A View From...”, ha la modernità del suono, la registrazione più raffinata e tante accortezze che in quei tempi non erano così evidenti. Il chitarrista di Winger, Whitesnake ma anche per qualche albun Dokken e una miriade di collaborazioni, si lascia apprezzare e da modo di ascoltare il suo gran talento musicale. Eccelso compositore dall'ottima tecnica chitarristica Reb deve molto a maestri quali Satriani, Vai e, soprattutto, lo strepitoso Steve Morse, che ha fatto maturare in Reb tutta la vena più jazz-fusion oriented. Infatti il nostro prende a piene mani da Morse e i suoi Dixie Dregs; ascoltatevi quel capolavoro di song che risponde al nome di ' Attack Of The Massive' e mi saprete dire. Un mix da cardioplama tra rock e fusion di alta scuola. Un brano che da solo vale l'acquisto dell'intero disco. Ma il chitarrista ama anche rockare pesante e lo potete sentire nell'heavy rock dell'opener 'Black Magic' dove non si risparmia in virtuosismi e ci regala, comunque, una song ammaliante, potente ed al contempo ridondante armonia e feeling. Le undici tracce presenti sono tutte di altissima qualità tecnico-compositiva e faranno la gioia degli amanti della sei corde con l'orecchio più “addestrato” all'ascolto di album tecnico-strumentali di alta categoria ma che, di contro, potrebbe benissimo piacere anche ai neofiti di questo genere. Il merito va alla struttura delle song che a volte è anche molto “orecchiabile” e “ballabile” - se mi passate questi termine- frutto di un arrangiamento che miscela con destrezza tecnica ma anche tanta eufonia di base. Ottimo lavoro Beach!

Roby Comanducci

Published in Albums
Domenica, 01 Novembre 2020 00:04

LORDS OF BLACK “Alchemy of souls”

 

 

Line up: Ronnie Romero – vocals, Tony Hernando – Guitars, Jo Nunez – drums, Dani Criado - bass

Tracklist: Dying to live again, Into the black, Deliverance lost, Sacrifice, Brightest star, Closer to your fall, Shadows kill twice, Disease in disguise, Tides of blood, Alchemy of Souls, You came to me (piano version)

Tornano per il terzo disco gli spagnoli Lords of black, non un nome qualsiasi ma la band capitanata da due affermati performer come il vocalist Ronnie Romero (all’opera nientemeno che con i Rainbow nella reunion del 2015) e l’axe man Tony Hernando, entrambi elementi che possono vantare una carriera prolifica e svariati riconoscimenti; i due crearono la band ormai 6 anni fa, band con la quale tornano per il terzo lavoro dopo che la posizione di Romero è stata in realtà in bilico per qualche tempo (risulta tornato in formazione da un anno dopo un lungo stop). Senza dilungarci sulla questione e sulle voci che riguardano la coesione dei due, andiamo a spendere qualche parola su questo disco. Il genere della band è un metal molto classico di chiara impronta Priest/Maiden che però cerca da un lato di innestare influenze prog e AOR, dall’altro di sfruttare le rinomate doti espressive alla voce di Romero, per creare un’alchimia maggiormente accattivante e originale. Il risultato devo dire che è convincente per una serie di ragioni. La qualità della composizione è elevata e le song sono varie, prendendo giustamente a piene mani dal passato ma senza mai risultare stucchevole. Vi sono interessanti digressioni a variare come nel piano in “Shadow kills twice” o nell’introduzione della title-track, quindi con una lodevole elaborazione della forma canzone. La resa tecnica dei membri è ovviamente di livello elevato, e sono anche un apprezzatore della produzione, che rende il suono pulito ma con un tono greve adatto al monicker e allo stile “gloomy” delle lyrics. Come già ricordato la voce di Romero è considerata di grande talento, e forse, anche a causa del poco tempo tra la reunion e le varie collaborazioni del singer, non abbastanza è stato fatto in fase di arrangiamento per ottimizzare il risultato. Risultato che nonostante qualche sbavatura risulta comunque decisamente positivo per quanto mi riguarda: rispetto alla base “classica” menzionata in apertura, risultano numerose le divagazioni e gli spunti per discostarsi, con certo un accento in più sulle occasioni per rendere l’atmosfera più cupa e riflessiva (penso ad esempio a “Brightest star”, ma la stessa title track è un ottimo pezzo). Se forse manca un minimo di amalgama col tornato Romero, è però vero che la parte strumentale è perfettamente curata e decisamente accattivante da ascoltare. In definitiva si tratta di un buon lavoro che vi consigliamo caldamente di ascoltare.

Nikki

Published in Albums